Sulla cresta dell'onda
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LA NAVE DI ALBENGA

La nave di Albenga costituisce uno dei più grandi relitti di età romana oggi conosciuti nel Mediterraneo. Lunga oltre 40 m. e larga circa 10, con propulsione esclusivamente a vela, aveva un carico stimato in circa 10.000 anfore contenenti vino della Campania o di altre zone dell'Italia centro-meridionale e, impilati nei vuoti tra le anfore, piatti e coppe di ceramica in vernice nera, che viaggiavano come merce di accompagnamento.

La prima esplorazione, che interessò la parte centrale della nave, fu condotta nel febbraio 1950, a bordo della nave "Artiglio", da Nino Lamboglia, pioniere dell'archeologia subacquea mediterranea, e consentì, in poco meno di un mese, il recupero di ben 728 anfore e molto vasellame.

L'impresa ebbe larghissima eco anche oltre i confini nazionali, nonostante l'inadeguatezza dei mezzi allora a disposizione, e, in particolare, l'uso di strumenti rudimentali come la benna che, come Nino Lamboglia denunciò con dolorosa consapevolezza, arrecò danni al relitto. I materiali recuperati furono subito esposti al pubblico in locali messi a disposizione dal Comune di Albenga, così ponendosi le basi del "Museo Navale Romano".

Le campagne di ricerca e scavo sul relitto, che si sono susseguite negli anni, hanno permesso di acquisire numerose conoscenze sulla nave, che giace ancor oggi sul fondale al largo della cittadina ligure, a circa 42 m. di profondità.

Per il tipo di anfore rinvenute e per le forme della ceramica a vernice nera, nonché per gli altri vasi trasportati, la nave è datata ai primi decenni del I sec. a.C. Oltre ai materiali facenti parte del carico, furono recuperati alcuni oggetti attribuiti alla dotazione e alla vita di bordo. Olle, boccali, brocche e tegami dovevano sicuramente servire alla cucina e alla cambusa della nave. Un corno di piombo, lungo 26 cm, si suppone che fosse stato collocato a prua oppure nella parte superiore della cabina della nave, con funzione scaramantica. Di simili ne sono stati infatti rinvenuti a bordo di altri relitti, come a indicare una tradizione ancora oggi ininterrotta. Un'ipotesi diversa è stata avanzata da alcuni studiosi, circa la possibile collocazione dei corni sull'alberatura per assorbire le faville prodotte durante le tempeste (fuochi di Sant'Elmo).

elmo albenga Elmo in bronzo recuperato dai palombari dell'"Artiglio" nel 1950 (Gandolfi 2000)

Un crogiolo, realizzato con un minerale duro e quarzoso, doveva essere evidentemente utilizzato per fondere il piombo, per le più urgenti saldature e riparazioni a bordo.

Particolare interesse ha suscitato il ritrovamento di ben sette elmi di bronzo, dal che si era in un primo tempo ipotizzato che una nave oneraria delle proporzioni di quella di Albenga potesse richiedere una scorta militare armata; ma si è ora più propensi a credere, anche in seguito ad altre scoperte archeologiche subacquee, che gli elmi, ricorrenti sui relitti di navi naufragate, rientrassero nella normale dotazione di bordo, da utilizzarsi in caso di necessità.

L'imperatore bizantino Leone VI - detto "il Filosofo" o anche "il Saggio" - nelle sue Istituzioni militari (sec. IX), convinto della necessità di una potente marina da guerra come strumento di salvaguardia dell'Impero, ne codifica l'ordinamento e fornisce dettagliati resoconti; afferma tra l'altro che - in caso di necessità - i rematori dell'ordine superiore erano muniti di elmi, corazze e spade, per intervenire nei combattimenti all'arma bianca. Considerando il tradizionale "coservatorismo" della gente di mare, è ragionevole supporre che tale usanza risalisse a tempi ben più remoti.


anfore albenga Sezione maestra della nave romana di Albenga, ricostruita dai Cantieri Baglietto di Varazze sulla base di frammenti di scafo recuperati nel 1950 dalla nave "Artiglio", e per confronto con altre navi romane note e con la numerosa iconografia esistente (Gandolfi 2000)

Ma l'aspetto più spettacolare è rappresentato dalle 728 anfore, che contenevano prevalentemente vino proveniente da qualche sito tirrenico meridionale, ma anche nocciole: erano impermeabilizzate con uno spesso strato di resina o pece ed erano tappate ermeticamente con sugheri di cm 7 di diametro, infilati nella parte più stretta del collo e poi sigillati con malta di calce, probabilmente al fine di conservare al vino il suo sapore.

Erano stivate con il sistema tipico delle navi onerarie, che assicurava l'immobilità del carico, ossia disposte in almeno cinque strati sovrapposti, con il fondo incastrato nei vuoti tra le anfore sottostanti, e il collo trattenuto dai fondi delle anfore soprastanti. Negli spazi residui era impilato il vasellame accessorio, in prevalenza piatti e coppe di argilla rossa, impermeabilizzata da vernice nera applicata con cottura.

Le anfore sono snelle e oblunghe, della cosiddetta forma "Dressel 1B", dal nome dello studioso tedesco Henrich Dressel, che nel 1891 elaborò una tavola di 45 tipi diversi di anfore rinvenute a Roma presso il Castro Pretorio, ancora oggi fondamentale per la classificazione delle anfore e continuamente integrata per effetto dei successivi ingenti ritrovamenti, data la diffusione pressoché universale delle anfore.


Il Club Archeomedia segnala:

ALBENGA

Nel mese di novembre 2003 il relitto di una nave oneraria di età romana, probabilmente risalente I sec. a.C., è stato scoperto dai Carabinieri del Centro subacquei di Genova Voltri, a 50 metri di profondità, nel tratto di mare antistante Albenga, all'altezza dell'isola della Gallinara. Sul fondo sono state trovate molte anfore ed altro carico in ottimo stato di conservazione, a circa un miglio dal precedente.

Il fasciame non é visibile, sepolto dal carico di anfore che si é stratificato sul fondo. Il relitto sarà sottoposto ad una campagna di rilevamento.