Sulla cresta dell'onda
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Museo Nazionale Archeologico di Sperlonga

Via Flacca
Aperto tutti giorni, dalle 0900 al tramonto
Biglietto 2 euro

A Sperlonga, all'apice della Riviera di Levante, si apre la "Grotta di Tiberio", un'ampia e profonda cavità naturale alla base del monte Ciannito, all'estremità orientale della "Spiaggia dell'Angolo". Era il ninfeo di una villa imperiale di cui Tiberio fece la propria residenza - chiamata da Svetonio Spelunca nella sua biografia dell'Imperatore, di cui rimangono ricche vestigia - che si estendeva per trecento metri di lato, lungo la spiaggia, e si componeva di acquartieramenti per la truppa, residenza imperiale vera e propria, impianto termale, piscine antistanti la grotta, destinate all'itticoltura. Fu abbandonata nel 26 d.C., probabilmente per effetto di un'alluvione che ne compromise la stabilità, inducendo Tiberio a trasferirsi a Capri.

Il museo, annesso all'area della Villa, è stato inaugurato agli inizi degli anni Sessanta, espressamente concepito per ospitare gli stupefacenti reperti scultorei - fortunosamente rinvenuti in occasione di scavi connessi con l'apertura della via Flacca, condotti nel sito a partire dal 1956 - in aggiunta a suppellettili e ad altri pregevoli manufatti appartenenti all'apparato ornamentale della villa, che documentano la vita del complesso fino all'inizio del I secolo.

Laocoonte Il Laocoonte conservato nei Musei Vaticani

Il deposito di frammenti marmorei era enorme per quantità - oltre 10.000 - e straordinario per l'inusitata mole di alcuni blocchi: sia per tali dimensioni gigantesche sia per le loro caratteristiche stilistiche, si ipotizzò che la grotta nascondesse un secondo gruppo del Laocoonte, analogo all'opera conservata nei Musei Vaticani.

Sui frammenti di un'epigrafe ritrovata in loco, infatti, comparivano i nomi degli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro, artefici del Laocoonte vaticano, ritrovato nel 1506 nelle Terme di Tito: un capolavoro della scultura barocca ellenistica, che ebbe grande influenza sugli artisti del Rinascimento. Plinio il Vecchio lo riteneva superiore "a tutte le altre opere plastiche della scultura". Il gruppo rappresenta il famoso episodio mitologico del padre che lotta, assieme con i due figli, contro i serpenti inviati a punirlo per un atto sacrilego, mentre i Troiani ritengono che il castigo sia stato determinato dal suo aver dubitato dell'origine divina del cavallo di Troia.

Subito apparve evidente l'importanza della scoperta.

La successiva sistematica paziente ricostruzione - ininterrotta da allora - portò, invece, ad identificare nei gruppi marmorei una serie di episodi relativi al ritorno di Ulisse in patria. I più sorprendenti sono due: il gruppo di Scilla, una delle più grandi e complesse sculture antiche giunte fino a noi, è stato ricomposto assemblando i calchi di infiniti frammenti, eseguiti con una mistura di resina e polvere di marmo; rappresenta il mostro che avviluppa la nave di Ulisse nelle spire della sua coda e ne divora gli uomini con le sue tante teste ferine.

Scilla
Scilla avvolge con le sue spire la nave e divora gli uomini di Ulisse

Il secondo gruppo monumentale rappresenta l'accecamento di Polifemo, di straordinario realismo nella tensione e nella forza concentrate nel palo spinto contro il Ciclope. Poco discosto, il gigantesco frammento monolitico della gamba di Polifemo e l'espressiva testa di Ulisse dalla barba fluente, sui capelli un pileo.

Polifemo e Ulisse Il gruppo di Ulisse e Polifemo
Ulisse Ulisse La testa di Ulisse
Polifemo La testa di Polifemo

Un ulteriore gruppo raffigura probabilmente Ulisse mentre trascina fuori della mischia il corpo di Achille, il piede dell'eroe distorto in posizione innaturale, a denunciare la ferita al tallone che ne ha causato la morte. Dell'originale sono stati ritrovati solamente i frammenti della testa e del braccio sinistro di Ulisse, insieme con le gambe di Achille.

E ancora un gruppo rappresenta il ratto del Palladio, mentre una statua di marmo policromo, che bene rende il lussuoso abito del giovane e il piumaggio dell'uccello, immortala Ganimede rapito dall'aquila di Zeus, in origine collocata in un'ampia nicchia soprastante la grotta, ad ornarne l'apertura.

Si suppone, infatti, che i gruppi scultorei si trovassero all'interno della grande cavità, con pavimento musivo, che costituiva un sontuoso scenografico ambiente per convivi, aperto verso l'esterno su una piscina quadrangolare, al cui centro, simile ad un'isola, era una vasta pedana, adoperata come triclinio per banchetti.

ninfeo Sperlonga Ipotesi di "arredamento" della grotta

La raccolta del Museo comprende numerosi altri reperti, in massima parte scultorei (maschere teatrali, statue di putti e di fanciulla, immagini di divinità, ritratti di personaggi imperiali, oscilla ecc.), riferibili all'apparato decorativo della villa, mentre alcune vetrine espongono ritrovamenti minuti, come oggetti di bronzo e di pasta vitrea, frammenti di vasi attici a figure rosse, terrecotte, suppellettili in ceramica.