Sulla cresta dell'onda
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LE NAVI DI NEMI

Via Diana, 00040 Nemi Tel 06.9368140
Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 14.

Il lago di Nemi è il più piccolo dei laghi di origine vulcanica che si trovano sui colli Albani, nei pressi di Roma. La località intorno al lago era sacra a Diana, per cui vi era stato costruito in epoca antica un tempio dedicato alla dea dei boschi (Diana Nemorensis).

In età imperiale, Caligola fece costruire sul lago, per trascorrervi i suoi otia o per celebrarvi riti e feste in onore di Diana, due gigantesche navi ricche di sovrastrutture murarie ed impreziosite di bronzi, marmi ed altri materiali pregiati. Le due navi, a chiglia piatta, interamente conservate, misuravano una m 73 di lunghezza x 24 di larghezza e l'altra m 71 x 20, ambedue in robusto fasciame di pino, rivestite esternamente di lana catramata e di lamiere di piombo, fissate al fasciame con chiodini di rame.

La certezza dell'identità del committente si raggiunse quando, fra i numerosi reperti estratti dalle acque, comparvero le così dette fistulae acquariae, sulle quali era inciso il nome di Caligola. Erano le grandi tubazioni in piombo di un impianto idraulico accessibile solamente a persone particolarmente ricche e potenti dell'antica Roma, che portavano l'acqua corrente sino all'interno di palazzi patrizi, dove veniva utilizzata per bere e per alimentare le fontane fastose. Questi tubi erano ricavati da lastre rettangolari di piombo saldato longitudinalmente, su cui si stampigliava il nome del proprietario, spesso il nome del "liberto idraulico" e a volte il numero progressivo.

Sulle navi Caligola fece erigere costruzioni analoghe alle ville patrizie, con terme e templi coperti da tegole in terracotta oppure di rame dorato. E poi colonne di varia grandezza e foggia, pavimenti in mosaico, statue e altre opere in bronzo finemente lavorato, protomi leonine, ghiere per i timoni, erme bifronti che costituivano una balaustra; strumenti e suppellettili di artistica fattura.

ancora di Nemi L'ancora di Nemi

Nessun autore dell'antica Roma ha mai citato tali navi, e non si sa quando e perché finirono in fondo al lago. Un'ipotesi è che Caligola - odiato per la sua dissolutezza e crudeltà - oltre ad essere vittima di una congiura di senatori e cavalieri il 24 gennaio dell'anno 41, fosse anche colpito dalla damnatio memoriae, una sorta di obliterazione civile e morale inflitta a persone particolarmente spregevoli; tale pena comportava la distruzione di tutto ciò che tale persona, aveva fatto, posseduto, rappresentato in vita, e prevedeva che il suo praenomen non fosse tramandato, che le sue immagini fossero distrutte e il suo nome cancellato dalle iscrizioni.

Delle navi si supponeva l'esistenza solo perché i pescatori, già dal Medioevo, di tanto in tanto riportavano in superficie reperti archeologici a riprova del fatto che qualcosa di prezioso giacesse in fondo al lago. Ma nessuno sapeva di che cosa si trattasse esattamente.

Il primo recupero "scientifico" fu tentato, intorno al 1446, da Leon Battista Alberti, e fu descritto da Flavio Biondo da Forlì, dotto umanista che, nell'Italia illustrata ne dà un resoconto. Non disponendosi di mezzi tecnici idonei, l'Alberti chiamò alcuni valenti nuotatori genovesi, i famosi "marangoni", che si immergevano in apnea. Fu recuperato un pezzo del fasciame - così distruggendosi parte della struttura di una delle navi - ma il tentativo fu inevitabilmente abbandonato.

Il secondo, altrettanto infruttuoso e nocivo tentativo fu intrapreso nel 1535 da Francesco De Marchi - eclettico architetto e ingegnere meccanico al servizio di Margherita D' Austria, duchessa di Parma e Piacenza, che si interessò anche di alpinismo e speleologia - il quale riferì del tentativo nel suo Trattato di Architettura militare, per mezzo di una specie di "campana" di legno, tenuta strettamente insieme mediante cerchi di ferro. Aveva un oblò di vetro sul davanti mentre appositi tubi assicuravano l'afflusso e l'uscita dell'aria, ma il meccanismo esatto del ricambio dell'aria è rimasto un mistero.

Nel 1827 un terzo recupero fu tentato dal cavaliere Annesio Fusconi il quale, dopo aver studiato i tentativi dei suoi precursori, pensò di servirsi della "campana di Halley" alla quale aveva apportato alcuni perfezionamenti, tra cui una pompa per l'afflusso dell'aria. Del materiale recuperato il Fusconi fornì un elenco nelle sue Memorie, che citava due spezzoni di pavimento marmoreo, pezzi di marmo di varie qualità, smalti, mosaici, frammenti di colonne metalliche, laterizi, chiodi, tubi di terracotta ed infine travi e tavole di legno. Parte dei reperti fu convogliata verso i Musei Vaticani; il resto andò perduto.

Nel 1895, con il patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione, la casa Orsini promosse una campagna di ricerche diretta dall'antiquario Eliseo Borghi, con la collaborazione di un palombaro. Emersero la ghiera di un timone, le famose "protomi ferine" dalla forma di teste di felino, che stringevano tra i denti un anello. E poi, ancora, paglioli, cerniere, filastrini in bronzo, tubi di piombo, ancora tegole di rame dorato, laterizi di varie forme e dimensioni, frammenti di mosaici decorati con pasta di vetro, lamine di rame ed altro. Fu poi individuata la seconda nave, dalla quale si recuperò altro materiale, fra cui una mano a decorazione del sostegno di uno dei quattro timoni, con funzioni "apotropaiche" - cioè intesa ad allontanare influenze maligne - la testa di una Medusa e una quantità grandiosa di legname, in gran parte costituita di bellissime travi, in ottimo stato di conservazione.

Per fortuna la maggior parte del materiale fu acquistato dal governo ma non si evitò il saccheggio di alcune delle parti più preziose delle navi, tra cui le tegole di rame dorato, frammenti di mosaico, lastre di marmo, tubature di piombo.

navi Caligola
Le navi di Caligola in una rara immagine di poco successiva al recupero, dall'opuscolo Roma nel Decennale, in occasione della Mostra della rivoluzione fascista, Roma 28 ottobre - 21 aprile, pubblicato a Roma nel 1932 per cura delle Ferrovie dello Stato e dell'Ente Nazionale del Turismo (Collez. priv.)

Finalmente, tra il 1928 e il 1932, il completo recupero fu effettuato da ingegneri del Genio Civile e della Marina, e di archeologi: il lago fu prosciugato con potenti elettropompe, i due scafi furono tirati in secco, e nel 1935 fu inaugurato un museo sulla riva, che li ospitasse insieme con gli oggetti pertinenti.

Purtroppo, i rarissimi cimeli, documenti unici al mondo dell'insospettata perfezione tecnica navale romana, furono distrutti dagli eventi bellici il 31 maggio del 1944, per un incendio doloso le cui cause sono ancora oggi controverse.

Ciò nonostante, il Museo delle Navi Romane è ancora di estremo interesse per i numerosi pezzi archeologici che conserva. Delle navi sono esposti due fedeli modelli in scala 1:5 e molti elementi salvati dall'incendio: tra questi, i notissimi bronzi di rivestimento delle travi, con teste di leone, di lupo, di pantera, di medusa e con mani apotropaiche che dovevano tenere lontani gli spiriti maligni; molte ermette bifronti, una transenna bronzea, terrecotte ornamentali, un'ancora di ferro a ceppo mobile che porta inciso il peso (pari a 417 kg), un grande rubinetto di bronzo, pompe, piattaforme girevoli, ruote dentate, un timone, ecc. Il museo comprende anche una sezione documentaria sulla tecnica navale romana e sulle organizzazioni marinare.

La storia esauriente e riccamente illustrata alla pagina dedicata del Comune di Nemi.


Uno studio sulla ricostruzione della chiglia della prima nave e sul nuovo allestimento del Museo è stato pubblicato dal prof. Marco Bonino, dal titolo Un sogno ellenistico, le navi di Nemi, Ed. Felici, Pisa 2003.