Sulla cresta dell'onda
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Pietre che parlano: i "palmenti" di San Lorenzo, frazione di Ventimiglia (IM)

di Sergio Pallanca

Anni orsono, durante una gita in campagna, l'amico Piero Eviri mi accompagnò a visitare un luogo di cui io, "ventemigliusu" di antica origine, non conoscevo assolutamente l'esistenza.

Palmenti di San Lorenzo

La bella e ridente frazione di San Lorenzo, a circa due chilometri dal mare, non è il primo nucleo abitativo di quella zona; ne esisteva uno molto più antico in un luogo poco distante, più in alto, verso la cima del Monte Magliocca, costituito da una decina di casupole in pietre quasi a secco, legate con scarsa malta, basse, con piccole aperture per entrata e piccolissime finestrelle, abitazioni che si possono facilmente classificare come bassomedievali.

Nessuno degli odierni abitanti di San Lorenzo ne conosceva l'esistenza e questo per un motivo semplicissimo: le casupole erano da sempre coperte da una fittissima vegetazione mediterranea - rovi, lentischi, ginestre, corbezzoli, edera rigogliosa - che è in grado in pochi anni di far scomparire sotto la sua coltre ogni opera dell'uomo.

Piero Eviri ed il figlio Daniele un giorno decisero di cercare e di dissotterrare quella " cosa" misteriosa, su indicazione di Lio Da Nobo, "l'intellettuale" del paese nonché memoria storica, l'unico che conoscesse l'esistenza del manufatto, ignorandone tuttavia la natura.

Oltre alle misere abitazioni, venne alla luce qualcosa del tutto inaspettato: su un grande banco di pietra calcarea levigata apparve una stranissima struttura, cioè una grande vasca quadrangolare a fondo regolare piatto nella parte più alta del masso; nel punto più basso si notava una canaletta che terminava con un beccuccio, uno scolmatoio (vedi foto a sinistra) che andava a cadere su una vasca rotondeggiante sottostante, anch'essa scolpita nella roccia, affiancata da una vasca più piccola (vedi foto sotto).

Palmenti di San Lorenzo

Rimasi perplesso perché non avevo idea di che cosa si trattasse; scattammo diverse foto proponendoci di contattare la Soprintendenza al Patrimonio Artistico, ma i contatti non fornirono alcuna risposta ai nostri quesiti.

Tempo dopo lessi per caso sulla Rivista della Regione Calabria un interessante articolo sui Palmenti di Ferruzzano, dove trovai la risposta all'enigma e fui quindi indotto a scrivere queste brevi note.

Dal latino: Palmentum, "atto di pigiare qualcosa". La definizione di palmento in italiano è: "antico frantoio ove si pigia l'uva"; la definizione è poi passata a significare le macine del mulino che schiacciavano le olive per produrre l'olio o frantumare il grano per ricavarne farina.

Le macine non erano mai più di due e quasi sempre ne esisteva una sola; tra l'altro, da questo deriva il modo di dire "mangiare a quattro palmenti": è una esagerazione, che indica il mangiare con voracità come un mulino che macina il doppio, con quattro macine, cioè divora, maciulla il doppio del grano,dell'uva, delle olive.

I palmenti erano diffusissimi nell'Italia meridionale: Puglia; Calabria, specie nella zona della Locride; Basilicata, a Potenza; e Sicilia, a Montalbano Elicona, Camastra, Motta, Moio Alcantara. Secondo alcuni l'uso dei palmenti sarebbe stato importato in Puglia dai monaci bizantini fuggiti dall'Oriente a seguito delle persecuzioni iconoclaste, e da lì in seguito si sarebbe diffuso in tutto il Meridione.

Questa ipotesi è avvalorata dalla presenza, su alcuni di essi, di croci bizantine, ma a mio avviso si tratta di una "cristianizzazione" successiva, mentre l'origine potrebbe essere molto più antica. Tale "cristianizzazione" è stata una pratica diffusa: su strutture arcaiche, pagane, si apponevano croci e così avveniva il passaggio dal profano al sacro.

I palmenti hanno diverse tipologie ma tutti rispettano gli stessi canoni costruttivi: due vasche digradanti intercomunicanti per mezzo di un foro, nel nostro caso una canaletta con beccuccio; in molti - come nel nostro caso - è presente sul fianco una piccola vasca semisferica, che forse è collegata a riti sacrificali connessi alla morte e rinascita della vite, impersonata nella mitologia da Bacco. In sostanza la pigiatura avveniva direttamente nelle vigne.

I palmenti più antichi erano scavati nella roccia, all'aperto, in posizione rilevata; si versava l'uva nella vasca superiore, occludendo il foro di scolo con argilla pressata; l'uva pestata a piede nudo restava 24/48 ore in macerazione all'aria, quindi si stappava il foro passando allo sgrondo del mosto, che veniva filtrato con un mazzetto di foglie di asparagi selvatici posto davanti al foro, e poi percolava nella vaschetta sottostante.

Altri tipi di palmento, ove non esistevano banchi di roccia da scolpire, sono costituiti da vasche formate da pietre cementate con malta, le cui pareti interne venivano poi impermeabilizzate con l'antichissima tecnica del "cocciopesto", cioè calce, sabbia e tegole frantumate, all'aperto o all'interno di casupole; altri ancora sono scavati in grotte nella viva roccia.

Questa potrebbe essere una spiegazione semplicistica del manufatto in questione; un amico meridionale che l'ha visto ha detto: "esistono anche da noi e servivano per pigiare l'uva"!

La posizione nel pianoro davanti alle casupole ne suggerisce un uso comune per gli abitanti, un po' come i vecchi forni di paese, molto diffusi anche nelle nostre zone; a San Lorenzo ne esiste tuttora uno, ma io vorrei andare oltre: la posizione lungo una via che porta dal mare alla cima del monte può suggerire anche un percorso di tipo religioso, e il Monte Magliocca è un monte particolare: mia nonna, ora avrebbe 120 anni, ha sempre raccontato, perché lo aveva sentito raccontare dai vecchi, che il monte era un antico vulcano, come indicano la forma tronco conica, e il sovrastante pianoro, circondato da rocce, simile a un anfiteatro.

Sino al 1940 sulla cima del monte c'erano profonde voragini poi occluse per sicurezza dai soldati con grossi massi e tronchi d'albero, dalle quali provenivano correnti d'aria calda in inverno e fresca in estate.

In realtà la temperatura dell'aria che fuoriusciva dalle fenditure era sempre costante ma veniva percepita in modo diverso a seconda della temperatura esterna, quindi era aria che perveniva dalle viscere della terra e da una certa profondità.

Da sottolineare anche che il pianoro è circondato da resti di possenti mura con massi ciclopici (vedi foto sotto); che si trattasse di un Castellare? Il monte Magliocca ha sempre avuto un qualcosa di magico, di inspiegabile e soprannaturale, oltre la posizione dominante e strategica, all'ingresso della Val Roja e lungo la Via Eraclea.

Palmenti di San Lorenzo

Ad Albano di Lucania esistono palmenti molto simili al nostro, lungo una via sacra che porta alla sommità di un monte, che potrebbero risalire agli albori della storia, anche se gli anziani del luogo asseriscono che erano utilizzati per pigiarvi l'uva e le olive; ma questo può essere stato un reimpiego; originariamente forse servivano a decantare l'acqua lustrale, come per esempio le vasche presso i santuari egizi: in esse ci si bagnava in onore delle divinità astrali con "l'acqua di stelle", un'acqua che fosse stata tutta la notte sotto le stelle durante il novilunio dei Pesci, in cui la luna si allinea perfettamente fra il sole e la terra (17 febbraio).

L'acqua "santa" veniva utilizzata dai sacerdoti e dai fedeli per le funzioni religiose. Lo stesso significato potrebberp avere le piccole vasche, alcune semisferiche, alcune a forma di vulva (coppelle) che si possono trovare ancor oggi sui nostri monti (monte Bego, Abeglio, Saccarello, Torraggio…) lungo le vie sacre di epoca neolitica, dove è avvenuta la "cristianizzazione" di cui sopra, per esempio sulla roccia presso la chiesuola di San Bernardo a Dolceacqua.

Quindi un'origine ed un uso ancestrali; il nostro palmento è antichissimo e i colpi di piccone o di scalpello che lo hanno modellato non si vedono più, cancellati dall'acqua piovana; inizialmente era forse adibito a scopi religiosi, riti solenni che avvenivano specialmente in primavera per propiziarsi messi abbondanti con canti, danze e sacrifici; non dimentichiamo che tuttora sopravvive la festa del falò della notte di San Giovanni Battista tra il 23 e il 24 giugno, corrispondente alla festa pagana del solstizio d'estate, che rappresentava la purificazione dei campi per la nuova vita della terra.

E' comunque un mistero come siano giunte a San Lorenzo le nozioni tecniche per la costruzione del palmento; si può pensare, per esempio a un viaggiatore o a un marinaio che si fossero stabiliti nella zona; più difficile la spiegazione nel caso si tratti di una fonte lustrale, evidentemente di origine più antica.

Per una ricerca approfondita si potrebbe fare uno studio sull'origine dei cognomi delle antiche famiglie del paese, o addirittura una analisi sul DNA degli attuali abitanti per evidenziare un patrimonio diverso da quello normalmente autoctono.

Sarebbe comunque interessante approfondire l'argomento che ritengo molto suggestivo: qualsiasi lettura se ne voglia dare, materialistica o spirituale, di certo si tratta di un manufatto rarissimo o forse unico per la nostra zona; personalmente non ho notizia di altri simili in Liguria e una sua valorizzazione previo uno studio specialistico è certamente auspicabile. Non da ultimo si potrebbe averne anche un ritorno economico come attrazione turistica.

gennaio 2011