Sulla cresta dell'onda
 
 
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Piazza Nigri, 1
71100 Foggia
tel. 0881.726245
fax: 0881.771823
e-mail: museo.civico@comune.foggia.it

Piazza Nigri si trova a un'estremità della centrale via Arpi, l'antica strada dei mercanti, di impianto medievale, che taglia in senso longitudinale il centro antico di Foggia. Sulla facciata del Museo, che prospetta sulla piazza, è incastonato un archivolto ornato dalle aquile imperiali e da decori a motivi vegetali, unico resto dell'antico palazzo imperiale di Federico II. Sotto l'arco si trova una lastra di marmo con un'epigrafe che fornisce notizie sulla costruzione della reggia, iniziata nel 1223.

Il Museo - dedicato alla fondatrice, archeologa e studiosa di etnografia locale, Ester Loiodice - si articola in svariate sezioni: la sezione archeologia è rivolta principalmente alla civiltà daunia, a partire dal XI sec. a. C., con corredi funerari provenienti da diverse località della Capitanata , coincidente all'incirca con l'antica Daunia.

Il termine individua il territorio della provincia di Foggia e sembra risalire al mito di Dauno, figlio di Licaone re dell'Arcadia, il quale sarebbe giunto in Puglia dando origine alla stirpe che da lui prende il nome, e alla regione da lui conquistata.

Nel Museo sono in particolare rappresentate le tipiche ceramiche autoctone a decorazione geometrica, le stele di pietra, le successive ceramiche a figure rosse di ispirazione ellenica, oggetti diversi propri dell'età ellenistica e reperti di epoca romana.

La sezione etnografica si articola in più sale: nella prima sono esposti manufatti degli orafi di Monte Sant'Angelo e di San Marco in Lamis . Nella seconda si ammira una suggestiva ricostruzione della casa di una tessitrice di San Marco in Lamis, operante alla metà del Novecento. La sala successiva ospita stoviglie del Settecento e dell'Ottocento, statuine di santi sotto campane di vetro, oggetti sacri svariati e riproduzioni dell'Iconavetere, ossia la "Madonna dei sette veli", protettrice di Foggia.

La Pinacoteca accoglie opere databili dal XV al XX secolo, di autori prevalentemente pugliesi o di cultura meridionale, oltre a una ricca collezione di incisioni sei-settecentesche, tra cui due esemplari di G. B. Piranesi e varie opere dell'incisore bolognese Francesco Basoli.

Al piano terra è stato allestito nel 2006 un Lapidario, con opere marmoree e litiche dal VI al XIX secolo, tra cui una testina coronata duecentesca, uno stemma della città di Foggia con l'antica arme civica e due statue di pietra raffiguranti l'Arcangelo Michele.


Lungo le scale del bell'edificio che accoglie il Museo sono collocate opere del XIX e XX secolo.

(XX sec.), San Paolo che cade da cavallo, bronzo

Giuseppe Rosati (1752-1814), scienziato foggiano, marmo

Luigi Zuppetta (1810-1889, giurista e patriota daunio, bronzo su colonna di marmo

S. Postiglione: Moisé Maldacea, ufficiale garibaldino foggiano, busto in gesso, XX secolo

Nell'atrio del Museo si trovano reperti di grande interesse e notevole dimensione, tra i quali alcuni capitelli figurati del III sec. a. C., di origine ellenistica, provenienti da Arpi; un sarcofago in pietra a festoni, del III sec. d. C.; un busto in marmo di Ercole, II sec. d. C., proveniente da Segezia, copia romana di un bronzo greco del V sec. a. C.

Nell'atrio, sulla parete, si trova anche un mosaico a ciottoli di fiume policromi, III sec. a.C. Il mosaico, che ornava il pavimento di una casa a peristilio, è realizzato con una tecnica ampiamente usata in ambiente greco e specialmente macedone. A questa origine si possono ricondurre i delfini che fanno da cornice all'ippocampo centrale.

Ascoli Satriano. Mosaico a ciottoli di fiume policromi, IV-III sec. a.C. Il pavimento, che era collegato a una zona necropolare, appartiene a una tipologia connessa con i culti rituali, molto diffusa in Daunia.

La statua potrebbe raffigurare la Mater Matuta, dea del mattino o dell'aurora

Herdonia (Ordona), statua di Artemide in marmo, II sec. a.C., copia romana dell'originale di Prassitele; il braccio è alzato, nell'atto di estrarre una freccia dalla faretra.

Sezione archeologica

Alla fine del XII sec. a.C. inizia in Puglia un'immigrazione di popolazioni illiriche, da cui si svilupperà la civiltà iapigia. Nell'area settentrionale della Iapigia, l'odierna Puglia, si individua la Daunia, di cui il Museo propone la storia e i materiali.

Alla fine del X sec. a.C. si è completamente sviluppata la cultura che caratterizza questa regione estendendosi al Melfese, a parte del Molise e della Terra di Bari, fino alla romanizzazione.

I primi insediamenti dauni sono semplici raggruppamenti, in cui le capanne sono frammiste alle sepolture. Alcuni abitati, come Monte Saraceno (Mattinata), sono raccolti in siti ben definiti e compatti; altri, come Canosa, Ascoli Satriano, Lavello, Ordona, Arpi, hanno una connotazione più estesa e diffusa.

Le capanne hanno forma rettangolare o, più raramente, tondeggiante.

Il diorama esemplifica un tipico insediamento abitativo della Daunia
Il Foggiano più antico
I Dauni erano esperti vasai. I manufatti autoctoni sono decorati con motivi geometrici nei colori della terra

Le necropoli sono caratterizzate da tombe a fossa, con il cadavere in posizione rannicchiata, adagiato su un fianco.

Sul Gargano è attestato il tipo di tomba scavata nella roccia, a forma troncopiramidale.

Un tipo di sepoltura più raro e riservato a personaggi di rango elevato è la tomba a tumulo, consistente in una fossa compresa in un circolo di pietre infisse nel terreno, a delimitare il cumulo di pietre sovrastante.

All'inizio degli scorsi anni Sessanta un archeologo pisano, Silvio Ferri, casualmente scoprì le stele daunie che, insieme alla ceramica a decoro geometrico, rappresentano le testimonianze più originali del patrimonio archeologico della Daunia.

Sono lastre di pietra antropoforme, con funzioni di segnacolo di tomba, prevalentemente concentrate nell'area di Manfredonia, in località Beccarini.

Presso il Museo Nazionale Archeologico di Manfredonia è allestita una cospicua esposizione permanente di esemplari di questa particolare espressione dell'arte daunia.

E' interessante osservare che le stele litiche furono riutilizzate nel corso dei secoli, per la costruzione delle case rurali della zona.


Buccheri provenienti dalla Campania, fine VII sec. a. C.
Gocciolatoi, VI sec. a. C.

Arpi, antefisse etrusco-campane, V sec. a. C.

Durante il IV sec. a.C. si verificano nella Daunia svariati cambiamenti sociali dovuti ad influenze esterne: le necropoli della zona nord-occidentale evidenziano un cambiamento nel rito funebre, e l'inumato non è più in posizione rannicchiata, ma supino, all'uso sannita; allo stesso tempo si afferma il gusto per i raffinati oggetti greci, in un primo tempo importati e poi prodotti direttamente in Daunia: nei corredi funerari diminuiscono i vasi indigeni a decoro geometrico, e sono sempre più numerosi i vasi a figure rosse della tradizione greca, che hanno perso l'originaria funzione di contenitori per diventare, in funzione del numero in cui vengono deposti nella sepoltura, l'emblema dello stato sociale del defunto.


Idra e anfora da Arpi, IV sec. a. C., a figure rosse: sull'anfora, nella fascia centrale, è rappresentato un episodio della vita di Efesto, che si accinge a sciogliere le catene con cui ha legato la madre Era al trono d'oro da lui costruito: aveva così voluto punirla per averlo scagliato dall'Olimpo per via della sua bruttezza. Si risolve a liberarla dopo che Zeus gli ha promesso di dargli in moglie Afrodite.

Arpi, tomba di Ganimede, III sec. a. C.

Ordona, bronzetto di Elio, età imperiale

Sezione etnografica

Un rilievo di San Michele Arcangelo protegge la "casa della tessitrice" che rappresenta un ambiente contadino di San Marco in Lamis: un unico locale, come è ancora in uso in molti paesi della Capitanata, che riceve luce dalla porta d'ingresso schermata da una tenda lavorata a rete. La ricostruzione documenta la cultura materiale della provincia e riguarda un passato recente (fine XIX secolo-prima metà XX secolo). Le varie attività casalinghe sono leggibili negli oggetti esposti, frutto di una ricerca condotta da Maria Teresa Masullo Fuiano (Associazione Amici del Museo Civico) che ne ha curato anche l'impianto espositivo.

Al centro della stanza è posto il telaio, appartenuto ad Arcangela Luciani, ritratta in una foto vicino allo specchio (San Marco in Lamis 1890 - Foggia 1966). Il telaio è integro e non presenta alcun pezzo rifatto. L'ordito, avvolto sul subbio posteriore, è tenuto in tensione da quello anteriore e presenta un pezzo di tessuto con fili riutilizzati di vari colori, sostenuto nel senso della larghezza dall'"entennicchia". I fili dell'ordito, azionati da pedali e selezionati dai licci, si aprono per lasciar passare la navetta che porta il filo della trama avvolto sulla cannella. Un pettine, sostenuto dalla cassa battente, accosta il filo della trama al tessuto ad ogni passaggio del filo. Sulla panca ai piedi del telaio, la bobinatrice per riempire le cannucce e una serie di fusi con fuseruole.

L'angolo del pane

La lavorazione del pane avveniva quasi sempre di notte secondo ritmi scanditi dal fornaio che girando di strada in strada coordinava le varie operazioni delle massaie. Sono esposti la madia, le unità di misura della farina, la spianatoia, i setacci.

L'angolo cottura

Un camino, dove bruciare la legna sotto il paiolo in cui cuocere pasta, verdura e quant'altro richiede la fiamma alta, mentre sughi e legumi erano affidati alle braci del camino o del braciere.

L'angolo del desinare

Una povera e piccola tavola, la "buffetta" su cui veniva poggiato un unico piatto grande da cui tutti si servivano con posate di stagno. Alla parete, lo stipo, per conservare le semplici stoviglie; più in alto la "cruciera", per appendere tegami e oggetti in rame, ferro, alluminio.

L'angolo della pulizia

Portacatino, catino, brocca, portasapone per la pulizia personale. L'acqua veniva prelevata con il secchiello dalla "fasina", grande orcio con coperchio.

Angolo del corredo

La "cascia", una cassapanca in legno, di fattura locale, era usata per conservare la biancheria da casa, gli abiti e, in un apposito scomparto, "lu cascettine", preziosi e documenti.

Angolo del riposo

Su cavalletti di ferro, assi di legno sostengono il pagliericcio pieno di brattee di pannocchie che vengono smosse, attraverso aperture nella fodera, con le mani o con la forcellina. Sul pagliericcio, le lenzuola di cotone d'estate e di lana d'inverno, sulle lenzuola una coperta leggera e una più pesante di "manta cardata".

Stipo a muro

Ai piedi del letto, uno stipo a muro: nei ripiani superiori sono poste le stoviglie più fini da tenere in mostra, nel penultimo piano i giochi, tra i quali le pupe dell'Incoronata e ancora, bottoni, corde, la molia, il modellino di fracchia. Nel ripiano inferiore in una cassetta sono raccolti uncinetti e ferri per la maglia, quaderni, inchiostro, penna con pennino e carte assorbenti d'epoca.

"Quando usciva di casa, tutto il paese la guardava"

Questa frase era rivolta, come riferiscono gli eredi, alla ragazza, di nome Emanuela Potenza, che intorno al 1910 indossava a San Marco in Lamis (Foggia) la maggior parte degli abiti che sono ora esposti in questa sala. Li aveva cuciti con le sue mani, rifacendosi a figurini che apparivano sulle riviste dell'epoca. Completi da mattina di fresco cotone e leggera mussola, impreziositi da nastri e pizzi, giacche in panno e velluto, bluse in seta con bottoni gioiello, larghe gonne tese sulle sottogonne. Tutte le decorazioni venivano spedite direttamente da Lucerna e dalla Francia.
Dono di Antonietta ed Emanuela Tricarico.

Da Foggia provengono invece due eleganti testimonianze della moda dell'epoca: il completo in seta verde con mantellina in pizzo e la giacca ornata di pelliccia e perline, cui è abbinato un pettorale con fili di perline appoggiato su una blusa di fattura recente. Gli abiti erano indossati, all'inizio del secolo scorso, da Amelia de Chiara Sbano.
Dono di Amelia e Franca Sbano e nipoti.

Da sempre la produzione cerealicola contraddistingue l'economia del Tavoliere. Nel 1910, per sottolineare il primato che la città deteneva nel settore, si ebbe l'idea di indire un concorso dedicato alla Regina del Grano, una e vera e propria miss da scegliere tra le giovani foggiane di estrazione rurale. Fu eletta Luisa Panniello di 16 anni , mentre le damigelle d'onore erano Antonietta Viozzi, Maria D'Antonio, Anna Piemontese e Ida Santoro. La cerimonia d'incoronazione si svolse il 12 maggio 1910 in piazza Teatro e il teatro stesso, dove era allocato il Circolo cittadino, divenne per tre giorni sede di feste e cerimonie. Anche nella villa comunale furono montati palchi e allestiti ritrovi per festeggiare l'eletta, cui andò un premio in danaro destinato a formarne la dote. Il museo conserva corona e scettro (realizzati da Giuseppe Presta e dalla ditta Criscuolo di Napoli).

Sono esposti inoltre tre modellini (un abito elegante in crepe di seta celeste, un abito in lana nocciola ed un cappottino corto), che una giovane messinese, Santina Puleo, realizzò intorno al 1920 come saggio di un corso di taglio e cucito tenutosi a Catania. Questi abitini sono passati di mano in mano nella famiglia, utilizzati nei giochi di diverse nipotine fino ad oggi, quando la quarta di esse, Elisabetta Giacobbe, ne ha fatto dono al Museo.

Una sala è dedicata alla ceramica e alla religiosità popolare. Gran parte del materiale presentato proviene, così come gli armadi espositivi, dal Museo di Tradizioni Popolari del 1931; alcuni oggetti si sono aggiunti grazie a donazioni di privati. Sono presentate le forme tipiche di vasi adoperati per gli usi quotidiani distinte per l'impiego che ne veniva fatto. Si datano ad un periodo che va dal XVIII ai primi del XX secolo.

Nel primo armadio a destra sono presentati i vasi per dispensa: fiaschi, vasi per conserve e sottoli, i cicini che mantenevano l'acqua fresca da bere durante i lavori nei campi, una borraccia con il foro di sospensione. Il secondo armadio è dedicato a forme particolari quali gli albarelli da speziale e i piatti a soggetto religioso e comprende anche le bottiglie figurate da rosolio.

I vasi da tavola sono posti nel terzo armadio. Si tratta soprattutto di brocche per il vino, contenitori per l'acqua, le oliere con il caratteristico beccuccio per dosare con parsimonia il prezioso liquido. Accanto ad esse è posto un "corno per l'olio" che assolveva allo stesso compito.

Nella parte inferiore degli armadi trovano posto i piatti, da cui ognuno attingeva il cibo; alcuni di essi sono "risanati", recanti cioè i segni della riparazione.

Sulle basi, un grande fiasco e un capasone, contenitori di vino, muniti di bocchetta di scarico che, in un caso, non è mai stata aperta con il trapano per l'uso cui era destinata.

L'angolo dedicato alla religiosità popolare comprende soprattutto Santi sotto campana e statue raffiguranti S. Michele Arcangelo, da sempre nume tutelare di questa terra che ha nella Grotta di Monte Sant'Angelo uno dei luoghi di culto più antichi e frequentati della Cristianità. Pur con lievi differenze iconografiche, è raffigurato così come le Sacre Scritture lo presentano (Apocalisse 12,7): un Santo guerriero che uccide il drago e scaglia gli angeli ribelli nell'Inferno. Fu oggetto di venerazione di principi e pastori, a partire dai Longobardi di cui fu patrono.

Su una parete sono disposti i finimenti e le fruste per cavalli, e gli attrezzi del contadino-pastore: campanacci, fuscelle per la ricotta, setacci per granaglie, cappucci di cuoio per proteggere le dita durante la mietitura, falci, roncole, tridenti di legno, misure per il grano.

I gioielli

La raccolta di oreficeria del Museo Civico si è formata negli scorsi anni Trenta, in occasione della creazione del Museo di Tradizioni Popolari di Capitanata, diretto da Ester Loiodice, appassionata studiosa di tradizioni popolari.

Gli ori popolari sono prevalentemente realizzati in lamina d'oro, con uso sapiente della filigrana. L'oro, dopo la fusione e l'aggiunta di argento e rame, veniva fatto passare attraverso una trafila con tanti fori che permettevano la produzione di fili malleabili più o meno spessi. Si saldavano i pezzi tra loro soffiando con una cannuccia sulla fiammella di una lampada a petrolio; in questo modo si riusciva a unire e far combaciare perfettamente le diverse parti. La pulitura era ottenuta con cotone oleato e con un sapone speciale misto a olio, per ridare lucentezza all'oggetto lavorato. Le pietre da incastonare nel gioiello, di diverso tipo e valore, si acquistavano a Napoli.

"Su fiammanti palchetti di velluto passano superbi gli anelli a rococò, con testa o con spoletta, riproducenti santi e altre immagini, a rotelline o a cuore, i molti gingilli contro le jettatura, le ricche collane a fascia, ad anelli, a una o più file, alla pompeiana o a palline; a specchi o a senacoli; a palline ricce, a fave o a barilotti, o anche a catena, con medaglioni in filigrana o in miniature; pettini, spadini, spilloni o tremolanti artistici per capelli; orecchini di tutte le fogge e grandezze, alla pompeiana o a pendagli, a fiocchi, a campane o a rosette ...", Ester Loiodice, 1932.

La susta era l'oggetto più originale del costume garganico, dono nuziale dello sposo e quindi caratteristico delle donne maritate. Il modello più antico era formato da tre placche auree, cui veniva fissato un nastrino di velluto da legare intorno al collo. Vi era la susta a un filo, a doppio filo e quella con una grande quantità di rosoni e medaglioni. Le suste di San Marco in Lamis erano a un filo e molto accollate, a differenza di quelle di Monte Sant'Angelo, più lunghe, ricche e lavorate.

Alla susta si abbinavano gli orecchini, che potevano essere di varie forme, spesso influenzate da modelli classici o bizantini: a navicella, a campana, a pera, a giarretta, a mandorla, a pendente.

I centri di produzione orafa della Capitanata sono stati Monte Sant'Angelo e San Marco in Lamis, quest'ultimo caratterizzato da un uso più frequente della filigrana. I gioielli venivano portati in dote dalle donne garganiche: a Monte Sant'Angelo le donne agiate ne avevano circa un chilo.

"Lungo la strada, passammo dinanzi la vetrina di un piccolo gioielliere, e sull'entrata vedemmo seduta la più bella ragazza che io abbia mai incontrato. Era così coperta di gioielli, così immobile, e così abbagliante per la sua carnagione bianca e rossa, che ho creduto da principio che fosse una statua. Ma sorrise alla nostra guida ed allora chiesi il permesso di poter osservare i suoi ornamenti. Aveva sette catene d'oro intorno al collo, di varie forme e dimensioni e a ciascuna di esse appeso un medaglione, fra i quali alcuni smaltati finemente. Degli immensi orecchini d'oro e perle, agli orecchi, e fra i capelli neri e ondulati, una quantità di spilloni di valore, le dita coperte letteralmente di anelli e sul petto, fermati sul davanti della veste, innumerevoli fermagli d'oro e di gemme", Janet Ross, 1888.

Un ringraziamento caloroso alla dott. Gloria Fazia, direttrice del Museo Civico di Foggia, per le notizie e i testi forniti
Foto Paola Presciuttini, 13 giugno 2006
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