Sulla cresta dell'onda
 
 
Contenuti
 
Pagine
 
Altro
viaggititle

Manfredonia: castello e museo archeologico nazionale

La data di costruzione del castello è ignota. E' probabile che l'iniziatore della fabbrica sia stato Manfredi di Svevia, fondatore di Manfredonia nel 1263.

Carlo I d'Angiò sicuramente completò la fortificazione che, secondo documenti di epoca angioina, comprendeva cinque torri quadrate a difesa del complesso quadrangolare; la quinta, oggi non più esistente, era probabilmente collocata a protezione della porta principale di nord-est.

Alla fine del Quattrocento la Casa d'Aragona potenziò il castello con un'ulteriore cinta muraria esterna al complesso originario, protetta agli angoli da quattro torrioni circolari, più bassi di quelli già esistenti.

Da allora il complesso non ha subito modifiche, a parte la costruzione del bastione pentagonale, noto come bastione "dell'Annunziata", in sostituzione del torrione precedente, dopo l'assedio da parte del Lautrec all'inizio del XVI secolo. Prende nome da una formella di marmo murata sopra il cordolo all'esterno del bastione, che rappresenta appunto l'Annunciazione.

Il "torrione Santa Barbara", detto anche "Cisterna" - "B" nella pianta seguente - e l'orecchione della cinta di epoca aragonese

Dalla scheda esplicativa affissa sul torrione "C" della pianta:

La "Torre di Vedetta, posta a Est e prospiciente il mare, conserva l'originaria forma quadrangolare, con pareti in tufo misto a pietrame appena sbozzato e spigoli caratterizzati da vistose bugne piatte o sporgenti o arrotondate.

Raggiunge un'altezza di 16 metri, mentre i lati misurano circa 10,50 metri e hanno uno spessore di circa 2 metri.

L'interno è articolato su tre livelli, leggibili per la presenza di mensoloni in pietra che, in origine, servivano a sostenere le travi portante dei solai.

I primi due livelli sono muniti di tre piccole finestre, con davanzali fortemente inclinati verso l'interno; il secondo livello presenta tracce degli originari sedili in muratura, mentre nel terzo si trovano resti di un camino e di un rudimentale lavabo in pietra, ad uso degli uomini preposti ai turni di guardia."

Il "torrione Santa Barbara", detto anche "Cisterna" - "B" nella pianta in alto - appartiene al nucleo angioino del castello, come pure le altre torri e mura interne del castello.

Così indica la lesione della parete esterna, che mette in luce l'originario impianto quadrangolare in pietra squadrata e bugnata.

Nel 1458, in epoca aragonese, fu infatti necessario inglobare la struttura primitiva in una più robusta muratura cilindrica di pietrame misto, con scarpa possente raccordata con il consueto cordolo al mastio originario.

Si rendevano necessarie tali misure per adeguare la fortificazione ai nuovi canoni imposti dall'evoluzione della poliorcetica e delle armi da fuoco: la parete circolare deviava i colpi mentre lo spessore dalla scarpa ne assorbiva la forza d'urto.

La scala, a lunghi scalini inclinati atti al passaggio dei cavalli e al trasporto di armi pesanti, conduce al camminamento sulle mura angioine che, attraverso una rampa, raggiunge il bastione pentagonale di ponente ("A").

L'arcone a tutto sesto, nella cortina interna di sud-ovest, che accede alla piazza d'armi interna dal corridoio antistante l'ingresso al castello. A seguire, il "torrione Santa Barbara" visto da Sud
Il camminamento sulle mura aragonesi
La rampa che accede al bastione pentagonale "A" della cinta aragonese, adiacente all'arcone di accesso al castello
In questa fotografia e nella successiva, due vedute diverse della piazza d'armi interna, con gli archi di accesso ai locali del castello angioino
Arconi a sesto acuto immettono nei locali che oggi ospitano la raccolta di stele daunie del Museo Nazionale Archeologico

Il Museo Nazionale Archeologico

Fu fondato nel 1968, con la cessione del Castello da parte del Comune allo Stato, che ne fece la sede delle collezioni archeologiche del territorio di Manfredonia, al fine di illustrare la storia della laguna di Siponto, oggi scomparsa per effetto delle opere di bonifica e di un naturale processo di impaludamento. La piana di Siponto, delimitata a sud dal corso del Cervaro, ha restituito testimonianze archeologiche che delineano la storia della regione dai primi insediamenti neolitici sino alla fondazione di Manfredonia.

Il Museo accoglie quindi reperti dei villaggi lungo il corso del Candelaro, della grotta Scaloria, di Coppa Nevigata, uno dei siti più noti della preistoria italiana per la completezza delle sequenze dell'età del bronzo.

Particolare interesse rivestono le stele daunie, scoperte alla fine degli scorsi Anni Sessanta dall'archeologo Silvio Ferri.

L'originaria funzione di questi reperti era stata modificata nel corso dei secoli: alcune erano state manomesse nel corso dei lavori agricoli e si ritrovarono sparse nei campi, altre erano state riutilizzate nella costruzione di muretti a secco o di abitazioni rurali.

E' quindi difficile accertarne la destinazione originaria: poiché la parte bassa delle lastre di pietra non è decorata, si ipotizza che fossero infisse nel terreno, mentre i soggetti delle decorazioni fanno supporre che servissero da segnacoli funerari di personaggi di ceto elevato, rappresentando immagini connesse con la vita del defunto.

Realizzate in pietra di origine locale, hanno forma rettangolare, sono interamente coperte da elaborate decorazioni geometriche ed erano sormontate da teste scolpite nella stessa lastra di pietra, oppure lavorate separatamente e poi infisse sulle stele per mezzo di perni. Sulle teste femminili compare posteriormente una treccia di capelli, spesso completata con elementi ornamentali.

All'interno delle cornici geometriche si trovano decorazioni che indicano la condizione o l'attività del defunto: su alcune si individuano il pettorale, la spada e lo scudo dei guerrieri; altre evidenziano particolari tipicamente femminili, che documentano l'abbigliamento delle donne della Dauna antica, almeno nelle occasioni cerimoniali: vesti lunghe, guanti ornati che coprono gli avambracci e accessori personali che includono collane, fibule e cinture decorate con pendagli.

Su alcune stele compaiono immagini di vita quotidiana connesse con la caccia, la pesca e la filatura; una presenta un'imbarcazione a vela quadra; altre rappresentano processioni legate al culto dei morti.

Una mostra è stata dedicata al tema della donna nella società daunia. Nel 1928 un deposito votivo fu individuato nella zona della villa comunale di Lucera. Gli oggetti rinvenuti, di cui non è stato ancora scoperto il corrispondente santuario, sono datati tra il IV e il II secolo a. C.

Erano probabilmente dedicati alla divinità in segno di ringraziamento per guarigioni ottenute o come dono propiziatorio. Sono stati rinvenuti uteri e mammelle in terracotta, evidentemente riferibili a riti della sfera femminile.

La collezione di statuette-giocattolo, molte ottenute da una stessa matrice, nelle fattezze e nell'abbigliamento riproducono l'immagine della donna e della divinità femminile allo stesso tempo.

Provengono dalla tomba di una bambina di otto anni e hanno un duplice scopo: sottolineare l'importanza del gioco ma anche i processi di crescita e di sviluppo fisico che condurranno la bambina nel mondo degli adulti che le statuette rappresentano; e anche di evidenziare il rapporto dell'infanzia con le divinità tutelari.

La ceramica a figure rosse della Daunia, dal IV sec. a. C. in poi, è spesso dedicata alla celebrazione della donna, raffigurata da sola o con i pretendenti, vestita con chitoni trasparenti, collane e altri ornamenti personali.

Fonti letterarie attestano il culto rivolto a Cassandra dalle fanciulle che volevano evitare nozze indesiderate, imposte dalle famiglie. Esse, con il volto dipinto e vestite di nero, potevano rifugiarsi nel tempio a lei dedicato e abbracciare la statua di Cassandra, così come quest'ultima aveva abbracciato a Troia la statua di Atena, per chiedere protezione contro le insidie di Aiace Oileo.

Nel cratere a volute, in basso a destra, compaiono Menelao ed Elena a sinistra, Aiace e Cassandra a destra; Cassandra si stringe alla statua di Atena (Amburgo, collezione privata).

La testa in pietra proviene da Monte Saraceno (Mattinata), ed è una delle più antiche immagini femminili della Daunia, risalente al IX-VIII secolo a. C.

La doppia serie di forellini sulla testa indica che la donna rappresentata indossava una corona metallica. I capelli sono raccolti in una treccia che scende fino alla nuca.

Foto Paola Presciuttini, 3 giugno 2006
Facebook Twitter Linkedin