Sulla cresta dell'onda
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Qua e là per la Sicilia:
Siracusa

Da Recueil des principaux plans des ports et rades de la Mer Méditerranée ..., di J. Roux, 1764, mm 242 x 174, comprensivo di 121 tavole di rade e piani di porti, senza testo esplicativo né didascalie. Le carte sono incise piuttosto grossolanamente, contengono poche informazioni nautiche e hanno scala e orientamento variabili, in conseguenza del piccolo formato delle carte. Prive di coordinate geografiche, presentano una rosa centrale semplificata, di otto o sedici venti; della cartografia tipica del secolo precedente hanno conservato i profili di agglomerati urbani o edifici cospicui, disegnati in prospettiva all'interno della linea di costa.

A Siracusa sono rappresentate tutte le epoche storiche e le diverse culture: nella città e nei dintorni sono state rinvenute tracce di insediamenti umani a partire dal Paleolitico superiore, ossia circa 20.000 anni fa, probabilmente risalenti ai Sicani, considerati i primi abitanti della Sicilia, di origine ligure-iberica, ai quali erano seguiti i Siculi.

In epoca storica, le vicende della Sicilia e di Siracusa risalgono all'VIII secolo a.C., con la colonizzazione dei Greci, che fondarono oltre cento colonie, di cui molte non furono inferiori alla madre patria per civiltà e potenza. Presumibilmente gli Ateniesi sbarcarono nella palude antistante l'isolotto di Ortigia, nel piccolo porto di Hybla - oggi Pantalica - e vi si stabilirono, attirati dall'abbondanza di acqua (la fonte Aretusa e i fiumi Anapo e Ciane) e dalla conformazione dell'isola, facilmente difendibile tutt'attorno.

Aretusa era una naiade figlia di Nereo e di Doride e faceva parte del corteggio di Artemide. Insidiata e inseguita da Alfeo, figlio di Oceano, la Ninfa fuggì in Sicilia invocando la Dea, che la tramutò in acqua di fonte e la fece sgorgare in Ortigia. Zeus, impietosito, trasformò Alfeo in fiume che, scorrendo sottoterra, sfociò vicino alla fonte. Già Cicerone la cita come luogo ameno, diviso dal mare da una diga di scogli. Nel Cinquecento gli Spagnoli la protessero con un bastione, poi abbattuto, di cui si vede ancora il basamento sotto l'attuale belvedere sul mare. Nel 1847 la fonte assunse l'aspetto odierno, di ampio invaso circondato da un alto muro con balaustra, popolato di pesci, anatre e uccelli, nel quale prospera rigoglioso il papiro.

Si suppone, tuttavia, che presto l'isola venisse collegata alla terraferma mediante un terrapieno, e la città si estese verso l'interno, mentre i Siculi venivano soggiogati e ridotti alla condizione di servi della gleba.

Dalla fusione tra le due etnie nacque la civiltà siceliota, che raggiunse il suo apice nel V secolo a.C., per mano dei tiranni Gelone e Ierone che seppero tenere a bada i Cartaginesi con brillanti azioni militari, promossero la cultura e le arti, consolidarono il potere di Siracusa. Di quel periodo resta il tempio di Atena, eretto da Gelone per celebrare le sue vittorie.

Tale prosperità allarmò Atene che inviò Alcibiade con una potente flotta: la guerra si risolse alla fine con la disfatta di Atene, ma Siracusa ne uscì comunque indebolita. Se ne giovarono i Cartaginesi, che ripresero i loro tentativi di occupazione della Sicilia, minacciando la stessa Siracusa.

Ne approfittò Dionisio per auto-proclamarsi tiranno intorno al 407 a.C., esercitando - come racconta Tucidide - il potere assoluto fino alla morte nel 367 a.C. Concluse una tregua con i Cartaginesi, il che gli consentì di provvedere alla difesa di Siracusa con la costruzione di imponenti mura attorno all'Elipoli ("la città alta") e l'innalzamento del grandioso castello Eurialo, mentre Ortigia veniva chiusa da mura, trasformandosi in una fortezza, di cui furono potenziate le strutture portuali.

Nell'area del porto attuale, in via Arsenale, vicino allo Sbarcadero S. Lucia sul Porto Piccolo, è stato portato alla luce quel che resta dell' Arsenale greco: si tratta di lastroni di roccia calcarea che costituivano gli scali e gli scivoli, su cui si possono individuare i solchi, gli incassi e le basi di pilastri che dovevano servire di appoggio per le macchine da guerra - forse ideate da Archimede - per tirare in secco le navi.

Non si sa quando fu realizzato il teatro greco, convenzionalmente assegnato al V sec. a.C., poi rimaneggiato da Gerone II nel II sec. a.C. e progressivamente trasformato in arena dai Romani tra il I e il IV secolo d.C.

Successivamente spogliato di materiali e rivestimenti tra il Medioevo e il Cinquecento, utilizzati per costruire edifici e fortificazioni, alla fine di quel secolo divenne un sito di mulini che sfruttavano l'acqua dell'adiacente acquedottto greco.

Nonostante queste devastazioni è tra i più belli e più grandi teatri dell'Antichità, con i suoi 138 metri di diametro e una capienza di oltre 15.000 spettatori. E' stato quasi interamente scavato nella roccia, sfruttandosi il naturale pendio della collina; la cavea oggi si compone di 46 gradini suddivisi in nove settori da otto scalette, ed è cinta all'apice da un loggiato che ospitava un ninfeo ornato con statue delle Muse, oggi presso il Museo archeologico.

L' "orecchio di Dionisio" è un monumentale anfratto nella roccia, dalla forma di padiglione auricolare e dalle straordinarie qualità acustiche. Leggenda vuole che Dionisio vi facesse imprigionare i nemici e poi ne ascoltasse dall'alto le parole. In effetti era probabilmente una cava.

Con Dionisio Siracusa divenne la città più potente del Mediterraneo, con basi navali lungo la Penisola e lungo le coste illiriche. Il suo passato è oggi documentato dal Museo Archeologico Regionale "Paolo Orsi", intitolato a un protagonista dell'archeologia siciliana, insieme con Luigi Bernabò-Brea.

Il museo sorge, non distante dall'area archeologica della Neapolis (città nuova), all'interno del parco di Villa Landolina ed è stato inaugurato nel 1988, in sostituzione del precedente istituto di fine Ottocento, ubicato in Ortigia, nei pressi del Duomo.

E' una struttura di concezione moderna, molto articolata, dove tre corpi periferici si sviluppano senza soluzione di continuità attorno a un ambiente centrale, che illustra la storia del museo e contiene aree di servizio; lo spazio espositivo circostante, per un totale di circa 9000 mq, è corrente, cioè non suddiviso in locali, e offre alla visita oltre 18.000 reperti ordinati cronologicamente e per tipologia.

Il settore A illustra la preistoria siciliana dal IV millennio a.C. all'Età del Bronzo, con ricca esposizione di manufatti ceramici dipinti, vetri, bronzetti, ossi incisi, corredi tombali e sepolture, oggetti per uso personale come rasoi, coltelli, cuspidi di lance, cinture e fibule.

Il settore B è dedicato alle colonie greche dall'VIII al VI secolo a.C., con un'ampia varietà di manufatti: terrecotte, vasi e monumenti funebri, cariatidi, Gorgoni provenienti da aree sacre dove probabilmente avevano scopi esorcistici, una statua equestre, tre Kouroi, cioè statue votive di giovani uomini, di cui una arcaica (metà del VI sec. a.C.) di marmo, sulla cui gamba destra è inciso in greco il nome del defunto. Ugualmente incisiva è una Demetra seduta, dal ricco panneggio delle vesti e dall'enigmatico sorriso, del VI sec. a.C.

Altro oggetto singolare - si compone di 900 frammenti messi insieme dagli archeologi - è una scultura in calcare, del VI sec. a.C., che rappresenta un'opulenta figura femminile ammantata e seduta, nell'atto di allattare due bambini dalla faccia di adulti.

Bellissime e di grandi dimensioni le ceramiche di provenienza varia, che attestano la produzione artistica dell'intero bacino mediterraneo.

Il reperto più sensazionale è la statua acefala di una Venere detta "Landolina" dal nome dell'archeologo che la ritrovò all'inizio dell'Ottocento, considerata copia romana di un esemplare ellenistico, di grande bellezza plastica.

Uno spazio è dedicato all'architettura, con frammenti di elementi lapidei - parapetti, metope, sime marmoree, grondaie a testa di leone, rivestimenti policromi - uniti a plastici e ipotesi di costruzione che ne individuano la funzione originaria.

Il teatro romano, secondo per ampiezza solo al Colosseo e all'Arena di Verona, ha forma ellittica dai diametri massimi di m.140 e m.119; la cavea, suddivisa da scalette in settori e intervallata da due corridoi anulari, è separata per mezzo di un alto parapetto dall'arena, che comunica con l'esterno mediante due archi. Al centro dell'arena si trova un'ampia vasca, collegata a una vasta cisterna a tre navate, che serviva per le esigenze idrauliche dei giochi d'acqua.

Le catacombe di Siracusa reggono il confronto con quelle di Roma. Oggi sono visitabili solo quelle sottostanti la chiesa di San Giovanni Evangelista, in origine di epoca bizantina (VI sec.), sorta sulla cripta del vescovo Marziano, che lì fu martirizzato e sepolto.

Della chiesa bizantina sopravvive solo l'abside; danneggiata dagli Arabi, fu restaurata dai Normanni, ma fu distrutta dal terremoto del 1693 e fu ricostruita integralmente.

La sottostante cripta di San Marziano presenta residui di affreschi e colonne dai capitelli scolpiti con i simboli degli Evangelisti.

Le catacombe risalgono al IV-V secolo e, anche se meno estese, sono molto più articolate di quelle romane, con assetto ortogonale: svariati decumani si intersecano infatti con gallerie minori che attraversano una vasta necropoli di tombe singole e multiple, per poi confluire in cinque vasti ambienti quasi circolari.

Singolare è la tomba del vescovo Siracosio, con graffiti di una nave unita a numerosi simboli, che rappresentano il significato cristiano della vita e della morte.

Nel cuore di Ortigia il Residence Hotel "Alla Giudecca", in un antico edificio patrizio, nasconde nei suoi sotterranei il più importante e suggestivo miqwè (bagno di purificazione rituale ebraico) d'Europa, di epoca bizantina. Sono previste visite guidate in italiano, inglese ed ebraico, ad ore prestabilite.

Siracusa barocca: una bella facciata con balconi dalle ornate ringhiere panciute e dalle mensole scolpite, che trovano a Noto e a Scicli le loro espressioni più elaborate.

In rete visite virtuali al Castello Maniace e al Castello Eurialo.
Paola Presciuttini, ottobre 2005