Sulla cresta dell'onda
viaggititle

Qua e là per la Sicilia:
Tindari

In mente Camilleri, siamo andati in gita a Tindari, accompagnati da una pittoresca esibizione di bande musicali della regione, la Rassegna Bandistica Siciliana - il 3 settembre 2005 - in occasione della tradizionale festa della Madonna del Tindari. E regolarmente, dal 1956, si svolge a Tindari un festival, che ogni anno richiama i nomi più prestigiosi del teatro e della musica.


Tyndaris, fondata sul promontorio da Dionisio I nel 396 a.C., fu una delle ultime colonie greche in Sicilia e, fedele a Roma durante le guerre puniche, godette di particolare protezione durante l'Impero e divenne prospera.

Plinio accenna a una frana che la danneggiò nel I secolo d.C., di cui si trovano tracce nel Santuario, ma non si conosce la data della sua distruzione.

Lungo i versanti ovest e sud dell'altopiano sono ben conservati i resti della cinta muraria in grossi blocchi di pietra arenaria. A ovest si incontra un piccolo teatro greco, con la cavea rivolta verso mare, suddivisa in nove settori di 29-30 gradini, del diametro di circa 63 m., mentre quello dell'orchestra è di 24 m.

Risalendo leggermente verso est si raggiunge un ampio complesso di edifici a tre navate non intercomunicanti separate da arcate, noto come insula romana, che comprende terme, tabernae (botteghe), e abitazioni. Tra queste una casa patrizia con pavimenti musivi e tracce di affreschi alle pareti.

Ancora più avanti si stagliano le rovine della vasta "basilica", la cui funzione resta in effetti incerta: forse un monumentale propileo dell'agorà, la piazza principale della città. Anch'essa costruita con grandi massi squadrati di pietra arenaria, presenta, sul fronte, cinque archi, di cui quello più ampio centrale apriva su un passaggio con volte a botte, che immetteva nella strada principale.

Adiacente al teatro un piccolo Museo conserva reperti rinvenuti durante gli scavi, ai quali Nino Lamboglia fu chiamato a contribuire negli anni 1949-52 da Luigi Bernabò Brea, all'epoca Soprintendente all'Archeologia in Sicilia.


"Nigra sum sed formosa"

Nella piazza moderna di Tindari alta si erge il moderno Santuario della Madonna del Tindari (1953-1977), che ospita la Vergine Nera di fattura bizantina (datata al V-VI secolo), meta di pellegrinaggi in maggio e in settembre.

Dalla piazza, a picco sotto il santuario, si vedono i Laghetti di Marinello, che il mare crea insinuandosi nella baia sabbiosa. Secondo la leggenda, i laghetti si formarono miracolosamente per attutire la caduta, dall'alto del dirupo, di una bimba la cui madre non fidava nella Vergine Nera: prima dell'impatto le onde burrascose si ritirarono, scoprendo la soffice sabbia appena lambita da pozze d'acqua, su cui la bimba atterrò senza danno.

I laghetti di Marinello (Ed. Newcards, S. Giovanni Teatino)

Salvatore Quasimodo ha dedicato una poesia alla città, la seconda della raccolta " Ed è subito sera ":

Vento a Tindari

Tindari, mite ti so
fra larghi colli pensile sull'acque
dell'isole dolci del dio,
oggi m'assali
e ti chiudi in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m'accompagna
s'allontana nell'aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d'ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d'anima.

A te ignota è la terra
ove ogni giorno affondo
e segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l'esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d'armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo nel buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna,
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m'ha cercato l'anima.

[Da Tutte le poesie, Mondadori, 1960]

Una lapide con " Vento a Tindari " fu collocata nel 1959 sulla facciata dell'edificio che ospita la sede locale dell'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo. Presenti all'avvenimento, oltre a Salvatore Quasimodo, il Sindaco di Patti e "amico di brigata" Raffaele Saggio, al quale sono dedicati i versi "Soave amico mi desta che mi sporga nel cielo da una rupe" nell'ultima strofa.

Paola Presciuttini, settembre 2005