Sulla cresta dell'onda
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Ringraziamo il gentile lettore Ruggero Gottardi, comandante della Marina Mercantile in congedo, per averci inviato un interessante contributo alla comprensione delle meridiane.

Dall'inizio dell' "ominazione" - cioè il passaggio dei nostri progenitori da uno stadio animalesco di completa immersione nella natura, alla capacità, già umana, di manipolarla - e per un periodo lunghissimo, forse un milione di anni, gli "aspiranti esseri umani" non conoscevano alcun mezzo di conservare il cibo ed ancora peggio, neppure l'acqua.

Ciò li costringeva a vivere accanto a fonti d'acqua e in luoghi ricchi di selvaggina, ed a organizzarsi in tribù numerose al punto giusto, per potersi sostentare con la caccia e la raccolta dei frutti spontanei.

Anche dopo la scoperta del modo di accendere e conservare il fuoco, gli essere umani dovevano di nuovo conquistare ogni giorno il cibo necessario per sé ed i figli, e una serie di fallimenti in questa ricerca, che fosse perdurata per una decina di giorni, avrebbe rappresentato per la tribù un concreto pericolo di estinzione.

In queste condizioni l'osservazione del Sole - che essi sentivano acutamente come portatore di vita, di luce, di calore - era continua e si svolgeva secondo rituali religiosi, nell'intento di ingraziarsi tale potenza vitale.

Nelle nostre lingue il nome stesso di Dio è legato al concetto della luce maschile (irradiante) opposto a luce femminile (riflessa); infatti dalla radice indoeuropea "dei" deriva il latino dies ed il nostro "dì" (p.es. buondì), e dall'ampliamento "dieus" derivano sia il greco "Zeus" sia il latino "Iovis", Giove.

La versione femminile, cioè "luce", deriva dalla radice indoeuropea "leuk", che indicava appunto la luce riflessa e fredda, ed è attestata in tutte le lingue indoeuropee: in greco Leukòs è il nome della Luna. E' interessante notare, specialmente per gli abitanti di Diano Marina, che in epoca preromana questa ridente località della Riviera di Ponente si chiamava Lucus Bormanni: anche "lucus" fa parte della stessa famiglia di nomi derivanti da "luce" e indicava una radura in un bosco fitto che permetteva il passaggio della luce. Generalmente la zona chiamata "lucus" era ritenuta sacra e, nel caso di Diano Marina, sacra appunto al Dio Borman o Bormannus, alla latina.

L'ammirazione e la gratitudine dei nostri antenati per il Sole era ben giustificabile e perdura ancora oggi, visto che varie Associazioni hanno come simbolo il Sole (per esempio "Il Sole che ride", l'insegna del "Sole Alpino", ecc.) ed è comprensibile come la più grande attenzione fosse rivolta ad ogni evento astronomico osservabile, sia di giorno con il Sole, sia durante la notte.

Durante le notti di luna nuova o "nera", i poveri cacciatori restavano alla mercè dei felini e dei lupi che vedono molto meglio di noi nell'oscurità, tanto che, al contrario della venerazione per il Sole e la Luna, gli antichi definivano la Luna nuova come un demone, pronto ad irretire i poveri uomini: Ecate, Lilith ecc. sono tutte diavolesse della Luna nera che nell'oscurità tramano contro di noi.

La conoscenza, poi, del moto reale della Terra è una conquista scientifica recente e risale alla fine del Rinascimento con Galilei (" Eppur si muove "), Copernico e Keplero: fino ad allora gli uomini osservavano il moto apparente del Sole e degli astri e ritenevano che la Terra fosse ferma e il Sole, il "Carro Solare", le ruotasse intorno.

I nostri progenitori si accorsero, nella loro appassionata adorazione del Sole, che in un determinato periodo dell'anno l'Astro descrive ogni giorno una strada nel cielo sempre più breve e sale sull'orizzonte sempre un po' di meno .

Noi sappiamo che ciò è dovuto al fatto che l'asse di rotazione terrestre descrive, durante l'anno, un cono di cui l'oscillazione massima è di 23° 27' Nord e 23° 27' Sud. In astronomia tale angolo è detto "declinazione del Sole" e viene riportato nel suo variare orario per tutti i giorni dell'anno su pubblicazioni che si chiamano Effemeridi, assieme ad altri dati astronomici.

Questa oscillazione è ciò che causa la minore o maggiore altezza del Sole al culmine, cioè a mezzogiorno, e di conseguenza varia la maggiore o minore durata dell'insolazione, producendo così il fenomeno delle stagioni: il 21 marzo la declinazione è 0° e la durata del giorno è uguale alla durata della notte (equinozio di primavera); poi l'angolo aumenta fino al 21 giugno (solstizio), inizio dell'estate, raggiungendo i 23°27' N. In estate la durata del giorno è massima ma comincia a scemare fino al 21 settembre, inizio dell'autunno, quando la declinazione diventa nuovamente 0° e di conseguenza il giorno ha la stessa durata della notte (equinozio d'autunno). A questo punto le giornate si accorciano, le ore di luce diminuiscono, il Sole, più basso sull'orizzonte, scalda sempre meno e si arriva al 21 dicembre (solstizio d'inverno). La declinazione è 23°27' Sud ma ecco che, nonostante la stagione metereologica diventi più fredda, il Sole riprende a salire e ad allungare le ore di luce fino ad arrivare nuovamente al 21 marzo e alla ripresa del ciclo delle stagioni.

Gli antichi interpretavano il periodo autunnale come una malattia del Sole e temevano che la malattia potesse avere un decorso mortale: immaginavano un mondo buio, freddo, percorso da ogni sorta di animali pericolosi, da spettri, diavoli e da tutte le immagini oscure che abitano le fantasie umane dalle profondità del tempo.

Come probabilmente erano abituati a fare in caso di malattia del Capo tribù, alla guida del quale erano affidate le loro sorti, gli esseri umani allo stesso modo tentavano rituali magici per risanare il Sole. In tutta l'Europa si accendevano enormi falò per riscaldare il Sole e tale usanza, seppur rivista in chiave moderna, esiste ancora, specie sulle Alpi. Le donne latine, alla fine di novembre e nei primi giorni di dicembre, al tramonto si riunivano sulle terrazze e, alzate le sottane, lanciavano grida per invogliare il Sole a vivere.

Ben più drastica era la cura azteca: essi attribuivano la malattia del Sole ad una anemia e quindi sacrificavano un numero sempre crescente di prigionieri di guerra, come offerta di sangue al Sole per la sua guarigione. Molte loro piramidi erano templi solari costruiti a questo scopo.

Come tutto questo si riflette sulle meridiane? In questo modo: nel Neolitico e forse prima, gli uomini si erano accorti che l'ombra di un oggetto diventava più lunga o più corta in proporzione all'altezza del Sole. Poiché ritenevano della massima importanza conoscere la salute del Sole, e cioè se era nel ciclo di aumento o di diminuzione delle ore di luce, gli esseri umani costruirono, con pietre verticali, degli strumenti produttori di ombra che veniva accuratamente misurata ogni giorno e paragonata all'ombra del giorno precedente alla stessa ora e cioè al culmine, ossia a mezzogiorno.

Se la lunghezza diminuiva, il Sole era in salute; viceversa, se l'ombra aumentava, il Sole si era ammalato e bisognava correre ai ripari.

Questo aspetto magico ha consentito di prendere atto della ciclicità del fenomeno e di stabilire un calendario - maschile - ma non solo: il campo libero dove la pietra o l'asta, detta gnomone (dal greco " conoscitore"), proiettano l'ombra e dove i sacerdoti o sciamani esplicano la loro attività di misura, è una vera e propria meridiana (il nome tradisce l'origine perché l'espressione "passaggio al meridiano" è un altro modo di indicare il mezzogiorno); in breve tempo esa verrà usata sia per valutare la salute del Sole, prevedere le stagioni e il periodo adatto per le attività di semina , di caccia ecc.; sia per calcolare le ore della giornata, costituendo così il progenitore di tutte le meridiane che ancor oggi, con le loro scritte suggestive, ci ricordano l'inarrestabile trascorrere del tempo.

Inserimento 25 gennaio 2006, aggiornamento 7 maggio 2007

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