Sulla cresta dell'onda

IL FEGATO DI PIACENZA E MARZIANO CAPELLA

Aruspice con fegato Aruspice con fegato, sul coperchio di un'urna di alabastro, II sec. a.C. (Museo Guarnacci, Volterra)

Un reperto archeologico degli Etruschi, a metà tra la mitologia e la cartografia, è il fegato di Piacenza che, con le sue iscrizioni, può essere assimilato ad una specie di bussola, una mappa di guida per l'aruspice che osservava la superficie dell'organo animale alla ricerca dei segnali divini.

Il "fegato di Piacenza" fu ritrovato per caso nel 1877, durante i lavori di aratura di un campo a Settima di Gossolengo presso Piacenza, ed è custodito nel Museo Civico della città; realizzato in bronzo, della grandezza di circa cm. , è generalmente ritenuto dagli studiosi un modello di fegato ovino, databile tra la fine del II e l'inizio del I sec. a.C.

Fegato di Piacenza Il fegato di Gossolengo
Modello di fegato in terracotta Il modello in terracotta

Esistono in Italia altre due riproduzioni dell'organo animale: una è un modello in terracotta, del IV-III sec. a. C., ritrovato presso Falerii , ora nel Museo di Villa Giulia, Roma; l'altra è l'urna su riprodotta.


Faccia superiore del fegato

La faccia superiore dell'oggetto, a superficie piana, è quasi interamente occupata da iscrizioni in lingua etrusca, inserite in 38 caselle di diversa forma.
Per gli studiosi moderni sono state queste iscrizioni il punto di partenza per giungere ad una comprensione ed interpretazione, pur suscettibile di ulteriori sviluppi, della struttura spirituale etrusca. L'accostamento tra i nomi di divinità scritti nelle diverse caselle in cui appare divisa la superficie del fegato di bronzo di Piacenza, e la partizione del cielo con i suoi divini abitatori secondo Marziano Capella (scrittore latino del V sec.d.C. autore di un'opera enciclopedica in nove libri), hanno reso possibile la ricostruzione di un quadro approssimativo del sistema di ubicazione cosmica degli dei secondo la dottrina etrusca.

Lo spazio "sacro", orientato e suddiviso, riguardava il cielo o un'area terrestre consacrata - il recinto di un santuario, di una città, di un'acropoli - oppure anche una superficie assai più piccola, ad esempio il fegato di un animale utilizzato per le pratiche divinatorie, purché sussistessero le condizioni dell'orientamento e della partizione secondo il modello celeste.
Si immaginava che la volta celeste fosse divisa secondo gli assi cardinali in quattro parti, ciascuna delle quali, suddivisa in quattro, dava luogo a sedici settori minori, nei quali erano le abitazioni degli dei celesti, terreni ed inferi.
Questo schema appare riflesso nelle caselle del bordo esterno (appunto in numero di sedici) e nelle caselle interne (ad esse corrispondenti, seppure in maniera non del tutto chiara) del fegato di Piacenza.

Tra i numi dei sedici campi celesti citati da Marziano Capella, e i nomi degli dei inscritti sul fegato esistono indubbie concordanze, anche se non corrispondenza assoluta a causa di una presumibile alterazione delle fonti da parte del tardo scrittore romano.
Le grandi divinità superiori, tendenzialmente favorevoli, abitavano dunque le plaghe orientali del cielo, specie nel settore nord-est; le divinità della terra e della natura erano collocate verso mezzogiorno; le divinità infernali e del fato, paurose e inesorabili, occupavano le tristi regioni dell'occaso, in particolare il settore nord-ovest, considerato il più nefasto.

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