L'esposizione dei litorali alle scorrerie dei predoni del mare è stata, dal Trecento alla prima metà dell'Ottocento, uno dei fattori decisivi affinché il plesso architettonico tonnara-torre si configurasse, in più zone costiere della Sicilia, come centro gravitazionale di un sistema socio-economico locale.
Soggetti della stessa storia, luoghi della stessa geografia, tonnare e torri a lungo sono state strutture funzionalmente collegate: le prime producevano ricchezza, le seconde garantivano quelle condizioni di sicurezza affinché si potesse continuare a produrre questa ricchezza (nota 1).
Per diverse interdipendenti ragioni le tonnare risultavano appetibili prede per fuste e galeotte musulmane: sorgevano in corrispondenza di comodi approdi; godevano della prossimità di sorgenti d'acqua e di altre attività "interessanti" (una fra tutte la produzione di sale); si caratterizzavano per una densità abitativa notevole in una fase storica in cui i litorali soffrivano di un generalizzato spopolamento; ospitavano un'attività produttiva di ricchezza monetaria e soprattutto di derrate alimentari non deperibili; tali attività interessavano un periodo dell'anno solare in cui le condizioni meteo-marine erano particolarmente favorevoli per la navigazione.
In sintesi, approdando con facilità nella cala in cui sorgeva una tonnara, una nave pirata avrebbe potuto rifornirsi di acqua e cibo (nota 2) nonché catturare uomini da vendere come schiavi nei suq nordafricani ovvero lungo le piste carovaniere sahariane (nota 3).
Fin dalla seconda metà del XIV secolo, anche a seguito del venir meno della poderosa flotta navale dei Templari (nota 4), tutto il perimetro costiero siciliano aveva cominciato a subire danni e molestie ad opera dell'attività piratesca del naviglio turco (nota 5).
L'entità del pericolo esplose con la caduta di Costantinopoli in mano turca nel 1453. L'evento, ultimo atto dell'Impero Romano d'Oriente, ebbe più risonanza di quella che da lì a poco sarebbe stata la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo (1492) e, a giusta ragione, suscitò in Europa un'enorme impressione ed un'ondata di panico.
Nel quadro delle relazioni internazionali dell'epoca, la Sicilia, avamposto della cristianità in un Mediterraneo che vedeva l'Impero Turco Ottomano al culmine della sua espansione territoriale, venne a trovarsi in una posizione geo-politica scomoda. Incursioni sempre più frequenti e dannose lanciate dai covi nord-africani di Jerba, Tunisi, Biserta, Algeri, Orano… lasciavano presagire, nella prima metà del XVI secolo, l'imminenza di una seconda invasione islamica dell'isola, dopo quella araba iniziata nell'827 a Ras-el-belat (l'odierno Capo Granitola).
I successi di Carlo V sul Barbarossa a Tunisi (1535), del gran maestro Jean de la Vallette su Dragut a Malta (1565) e di Don Giovanni d'Austria su Mehemet Pascià a Lepanto (1571) non fecero venir meno la priorità strategica di potenziare e perfezionare le difese costiere contro le incursioni dei corsari barbareschi che nel frattempo si erano sostituiti ai pirati turchi (nota 6). I migliori ingegneri militari toscani furono incaricati dai viceré spagnoli di ispezionare le fortificazioni dell'isola e relazionare sullo stato delle coste siciliane in un'ottica di presidio e salvaguardia dalle minacce provenienti dal mare (nota 7).
Ciò che emerse dalle ricognizioni fu la necessità di progettare nuove torri per integrare il vecchio sistema ormai insufficiente (nota 8). In caso di avvistamento di navi nemiche, una torre costiera poteva ingaggiare uno scontro a fuoco a distanza per scoraggiare lo sbarco e, aspetto ben più strategico, era in grado di chiedere rinforzi allertando le altre torri rientranti nel suo campo visivo attraverso segnali che consistevano in fumi di giorno e fuochi di notte (nota 9).
Le tonnare, pur traendo grande beneficio dall'edificazione di un tale sistema difensivo, continuarono a subire i fulminei raid dei corsari barbareschi. Il fenomeno si attenuò all'inizio del Settecento ma scomparve del tutto solo dopo il 1830, quando i francesi conquistarono l'Algeria, principale base logistica dei barbareschi.
Scopello (nel Golfo di Castellamare) conserva, incastonato tra i suoi faraglioni, l'altorilievo di una tonnara (operante dall'XI secolo al 1984 ed appartenuta, dal 1874, anche ai Florio) e di due torri (una pre-esistente - forse un thynnascopeion - e l'altra del XVI secolo).
Sulle pendici del versante orientale del Monte Cofano (golfo di Macari), circondata dai fabbricati residui della tonnara Ferro di Cofano (inattiva già dalla fine dell'Ottocento e della cui esistenza si ha prova sin dal 1272), si erge una torre a pianta stellare, costruita agli inizi del XVI secolo; defilata a sinistra, la tonnara.
A Bonagìa (frazione di Valderice), un'imponente torre del XVI secolo (distrutta dai pirati barbareschi nel 1624 e ricostruita due anni dopo) è architettonicamente integrata ad una tonnara (di cui si ha notizia a partire dal 1272) ancora oggi funzionante, sebbene dislocata altrove.
Concessa per la prima volta nel 1344, la tonnara dell'Ursa fece per circa cinque secoli (1382-1860) parte del patrimonio del Monastero benedettino di San Martino delle Scale, il quale finanziò nel 1569 la costruzione del marfaraggio e dell'annessa torre. La tonnara operò fino al 1907.
Isolotto antistante Porto Palo di Capo Passero (nel siracusano): qui, su ancore e magazzini della tonnara (segnalata già dal XIV secolo e calata regolarmente fino al 1969), stende la sua ombra la torre-fortezza fatta costruire da Carlo V nel XVI secolo, distrutta dal pirata turco Dragut (1526) e poi ricostruita dai Netini.
Isola di Capo Passero- Castello, Castello e tonnara (veduta d'insieme), magazzini della tonnara
Già sede, in età greco-romana, di uno stabilimento per la lavorazione del pesce (cetaria), Vendicari conserva i ruderi di una torre-fortezza fatta edificare da Federico II di Svevia (XIII secolo) e, a pochi metri di distanza, quelli di una tonnara attiva, tra interruzioni e riprese, dal 1655 al 1944.
Vendicari- Scavi della cetaria e torre sveva (sullo sfondo), Torre sveva e ruderi della tonnara