Sulla cresta dell'onda

Torri costiere nel Riccionese

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Il lettore Fosco Rocchetta, già direttore della Biblioteca Comunale di Riccione, è coautore, con Oreste Delucca e Luigi Vendramin, di Pirati e torri costiere nel Riccionese (Riccione, Biblioteca Comunale di Riccione, Centro della Pesa, 2002), che illustra il fenomeno della guerra corsara nel Mediterraneo, con particolare riferimento alle coste adriatiche, e ci consente di completare la sezione dedicata alle difese costiere. Con l'autorizzazione degli Autori ne parafrasiamo i punti salienti.

Sin dall'Antichità, il litorale adriatico è stato soggetto a incurioni piratesche, con grave pericolo per gli abitanti. Parimenti frequenti erano gli attacchi dei corsari alle navi mercantili che assicuravano un fiorente traffico commerciale costiero. Nei tempi antichi, come precisa Tucidide, non esisteva alcuna distinzione tra il navigatore e il pirata. I Greci e i Barbari delle coste di terraferma e delle isole, quando si accrebbero gli scambi marittimi, si diedero, infatti, alla pirateria sotto la guida di capi potenti.

Saccheggiare le coste era un'attività onorevole e redditizia, al punto che alcune popolazioni del continente si gloriavano di ben pirateggiare.

Reperti archeologici ci testimoniano che nel V-IV secolo a. C. navigatori-pirati dell'Italia meridionale, di origine greca, bordeggiavano lungo le coste adriatiche. La minaccia che costoro rappresentavano per le rotte marittime e per il commercio, oltre che per la vita dei paesi costieri, si accrebbe al punto che svariate campagne furono promosse contro di loro: una prima, nel 229 a. C., per combattere i pirati illirici; un'altra nel 67 a. C., allorché fu affidato a Pompeo il comando di una flotta da guerra al fine di rendere sicure le rotte dell'intero Mediterraneo; e una terza, nel 35-34 a. C., condotta da Augusto lungo le coste dell'Adriatico settentrionale. La fondazione, nel 39 a. C., della base navale di Classe (Ravenna) rese più sicure la navigazione nell'Adriatico per circa due secoli.

Il fenomeno della pirateria riprese con una certa virulenza in concomitanza con il decadimento dell'Impero Romano e continuò nel Medioevo, allorché la nascente potenza veneziana ebbe a scontrarsi duramente con i pirati Narentani, annidati sulla costa orientale dell'Adriatico e sulle numerose isole prospicienti.

La Repubblica di Venezia, con la conquista della Dalmazia, rese più sicure le vie marittime fin quando l'accresciuta forza dell'Impero Ottomano non finì per limitarne l'opera di sorveglianza. Lo stesso fenomeno continuò a manifestarsi sul litorale romagnolo, sia pure con intensità decrescente, fino ai primi anni del XIX secolo.

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L'Impero Ottomano alla metà del Seicento,
nel periodo della sua massima estensione

La sponda italiana dell'Adriatico, prevalentemente sabbiosa, fu sempre considerata un obiettivo ambito per la facilità d'approdo e per il florido traffico cabotiero, quest'ultimo attestato dai numerosi rinvenimenti di relitti sommersi, ai quali sono da aggiungere quelli sicuramente interrati per effetto dell'arretramento della costa.

Fu così che, dalla fine del Quattrocento in poi, il litorale romagnolo fu soggetto alle incursioni dei Barbareschi e degli Uscocchi, che destabilizzavano la vita e il commercio delle comunità rivierasche.

La corsa fu inizialmente complementare allo scontro politico tra il mondo islamico e quello cristiano, ma poi assunse una connotazione essenzialmente economica: i proventi delle razzie erano suddivisi, secondo criteri prestabiliti, in quote da attribuire allo Stato, al proprietario della nave, all'equipaggio, al comandante, alla copertura delle spese; il bottino era composto dalle merci depredate e dagli uomini tratti in schiavitù, che venivano impiegati al remo o al lavoro forzato in Barberìa, oppure erano oggetto di riscatto o di scambio con prigionieri musulmani.

È stato calcolato che all'inizio del Seicento ad Algeri si trovavano tra i 20.000 e i 25.000 schiavi, a Tunisi circa 10.000, a Tripoli 400-500.

Per assistere le famiglie dei Cristiani tratti in schiavitù, sorsero apposite confraternite che si procuravano l'elenco dei prigionieri, provvedevano alla raccolta del denaro necessario e organizzavano le spedizioni di liberazione.

Tra queste le più importanti furono l'Ordine della SS. Trinità, L'Ordine di N. S. della Mercede, l'Arciconfraternita del Gonfalone.

Si è visto altrove che per "Barbareschi" si intende quella congerie di avventurieri di varia provenienza, non solo Arabi e Turchi, tra cui i cosiddetti "rinnegati", ossia soprattutto Italiani e uomini dell'area balcanica, tratti in schiavitù da bambini e poi convertitisi all'Islam per riacquistare la libertà.

Gli Uscocchi - da uskok, "rifugiato" in serbo-croato - erano invece Slavi originari della Croazia, fuggiti davanti all'incalzare dell'Impero Ottomano e stanziatisi in Dalmazia, specialmente nell'impervia imprendibile città di Segna.

Protetti dagli Asburgo, che volevano contrastare la supremazia veneziana nel Mediterraneo, come pure dalla Chiesa che li considerava alla stregua di Crociati in lotta con gli Infedeli, gli Uscocchi, a partire dalla metà del Cinquecento, si rivolsero prima contro le navi veneziane con le loro veloci brazzere (dall'isola di Brazza), appositamente costruite per la guerra di corsa, e poi infestarono quasi tutto l'Adriatico.

Tuttavia la loro attività finì con il creare problemi diplomatici sia all'Austria sia allo Stato pontificio e, nel 1618, il governo asburgico ne decise la deportazione in Croazia, provvedendo alla distruzione della loro flotta. Ciò nonostante episodi di pirateria di matrice uscocca lungo le coste romagnole sono registrati fino alla seconda metà del Settecento.

Dopo che, nel 1621, la flotta turchesca ebbe ferocemente attaccato Manfredonia e Barletta, il Comune di Rimini chiese alla Reverenda Camera Apostolica di finanziare opere di fortificazione della città. Di fronte al diniego, motivato dai costi elevati, la protezione costiera restò limitata alla vigilanza e alla difesa armata delle spiagge, mediante la periodica battuta del litorale con pattuglie a cavallo, integrata dallo stazionamento di sentinelle in capanni di fortuna.

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In alto:
Il litorale con le torri costiere costruite nel 1673 alle foci del Conca (Cattolica) e del Tavollo (Pesaro)
in basso:
Paesaggio della marina ripresa nei pressi della torre della Trinità (il nome deriva dall'essere stata la torre vicina ad una omonima chiesetta) , edificata nel 1673 vicino al torrente Marano (Riccione).
A seguire, le torri delle Fontanelle (Riccione), del Conca (Cattolica) e del Tavollo (Pesaro).
Ms Add. 15757, 1677, British Library, Londra.

Con l'intensificarsi della minaccia barbaresca e il contemporaneo declino della potenza marinara della Serenissima, nel 1673 la Reverenda Camera si risolse a finanziare la costruzione di sei torri di avvistamento nella Legazione di Romagna: due furono erette nell'attuale territorio di Riccione - la torre di Trinità e quella delle Fontanelle - mentre le altre quattro sarebbero sorte alla foce dei torrenti Tavollo e Conca, alla Pedriera e a Bellaria.

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Tratto riccionese della Flaminia, fra la torre della Trinità e la casa colonica nei pressi della "curva del fattore". Da una Carta topografica di due possessioni dello reverendissimi monaci Olivetani ..., 1782. Archivio di Stato di Rimini, ACSRi, AT 33 (foto L. Vendramin)

Presso l'Archivio di Stato di Rimini sono conservati i relativi capitolati, per una spesa di 690 scudi per ciascuna torre, mentre appositi inventari elencano la strumentazione e il munizionamento di ognuna.

Un documento datato 1° agosto 1764, corredato di pianta, fornisce in dettaglio la struttura organizzativa del servizio di vigilanza e prevenzione degli sbarchi.

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la pianta con le torri di Conca, Fontanelle e Trinità
Courtesy dr Fosco Rocchetta, 16 luglio 2006