Sulla cresta dell'onda

GIASONE e il vello d'oro

Giasone, figlio di Esone, appartiene alla discendenza di Eolo; incerta è invece la figura materna. Vive a Iolco, dove lo zio Pelia ha usurpato il regno a Esone, oppure - secondo un'altra versione - è stato da questi investito della "reggenza", in attesa che Giasone sia cresciuto. Il ragazzo viene educato dal Centauro Chirone, che gli insegna la medicina.

Divenuto adulto torna al suo paese, vestito in modo bizzarro: indossa una pelle di pantera, tiene una lancia per mano e ha un piede senza calzare. Arriva nella piazza di Iolco mentre Pelia sta sacrificando agli dei, e questi non lo riconosce ma si spaventa ugualmente perché un oracolo gli ha predetto sciagure da parte di un uomo calzato da un solo piede.

Dopo qualche giorno Giasone reclama il potere sul suo paese, che Pelia s'impegna a restituirgli dopo che gli avrà portato il vello d'oro dell'ariete che aveva trasportato Frisso in salvo. Il vello è consacrato ad Ares ed è custodito nella Colchide da un drago, e Pelia è convinto che Giasone perirà nell'impresa. Questi chiede l'aiuto di Argo, figlio di Frisso, il quale costruisce appositamente la nave Argo, cioè "Veloce", che dovrà trasportare Giasone e i suoi compagni nella Colchide.

La nave degli Argonauti La nave degli Argonauti in un olio di Ercole Grandi (Ferrara 1463-1531), valido rappresentante della scuola provinciale ferrarese, spesso confuso con il conterraneo Ercole de Roberti. Padova, Pinacoteca.

Versioni diverse danno elenchi in parte differenti di partecipanti alla spedizione, mentre il numero è costante, tra 50 e 55. Tra questi lo stesso Argo, e Tifi, al quale Atena aveva insegnato l'arte sconosciuta della navigazione; il musico Orfeo, che doveva dare il tempo ai rematori nonché contrastare il canto ammaliatore delle Sirene; numerosi indovini e i Dioscuri Castore e Polluce. La nave era stata costruita con l'aiuto della dea Atena, che aveva personalmente intagliato la prua in un frammento di una quercia sacra, dotato della parola, per cui poteva profetizzare. Il viaggio porta gli Argonauti in terre diverse e attraverso svariate avventure. Quando finalmente raggiungono la Colchide, il re Eete subordina la consegna del vello alla condizione che Giasone riesca a domare due tori dagli zoccoli di bronzo, che soffiano fuoco dalle narici e compia ulteriori gesta sovrumane. La figlia del re Medea, esperta di arti occulte, innamoratasi di Giasone gli offre il suo aiuto, purché lui la porti con sé in Grecia. Giasone supera le diverse prove, con i sortilegi di Medea riesce a far addormentare il terribile drago e fugge con Medea e con il vello, inseguito dai soldati di Eete, dopo aver ucciso il fratello di lei.

Il mito di Medea Il mito di Medea. Bassorilievo su sarcofago del II secolo. Berlino Staatliche Museen

La navigazione degli Argonauti li porta fino in Adriatico, dove Zeus li punisce dell'omicidio, facendo loro smarrire la rotta. La prua rivela allora che, per ottenere il favore del Dio, dovranno purificarsi presso la Maga Circe. La nave pertanto risale l'Eridano (il fiume Po) e, attraverso il Rodano, raggiunge la Liguria e poi la Sardegna e infine il Monte Circeo, dove la Maga purifica Giasone, ma rifiuta la propria ospitalità. Gli eroi riprendono la navigazione, scampano alle Sirene grazie al canto ancor più melodioso di Orfeo, attraversano Scilla e Cariddi, raggiungono le "isole erranti" sulle quali si innalza una nuvola di fumo nero - certamente le Lipari - e finalmente giungono a Corcira, l'odierna Corfù, abitata dai Feaci di cui è re Alcinoo. Qui vengono raggiunti dai loro inseguitori che ingiungono ad Alcinoo di consegnar loro Medea; il re però dice che ella è ormai la sposa di Giasone e quindi deve restare con lui. Riprendono il mare verso la Sirte e poi dirigono verso Creta, protetta dal bronzeo gigante Talo, che Zeus aveva donato ad Europa affinché impedisse a chiunque di approdare.

images/argonauti1.jpg
images/argonauti2.jpg

Incisioni e bassorilievi sulla Cista Ficoroni, ispirate alle avventure degli Argonauti. Roma, Villa Giulia.

Gli Argonauti su un cratere Gli Argonauti su un cratere attico del V sec. (particolare). Parigi, Museo del Louvre

Tuttavia il gigante ha il suo punto debole in una vena posta alla caviglia, sede della vita, e Medea riesce con i suoi sortilegi a far sì che le vena si rompa e Talo muoia. Riprendono il mare ma vengono colti da un'oscurità profonda dalla quale li salva Apollo, implorato da Giasone, che scaglia un dardo infocato e illumina la rotta verso un'isola, dove gli Argonauti erigono un tempio ad Apollo il Radioso. Finalmente raggiungono l'isola di Egina e di lì a poco approdano a Iolco, dopo un viaggio di quattro mesi. Giasone porta la nave a Corinto e la consacra a Poseidone come una sorta di ex-voto, e poi - consegnato il vello a Pelia - ottiene il regno.

Secondo una diversa versione, poiché Pelia aveva indotto Esone - il padre di Giasone - al suicidio, quest'ultimo lo vendica per mano di Medea che, con i suoi incantesimi, induce le figlie stesse di Pelia ad ucciderlo. A seguito di questo omicidio, i due devono fuggire da Iolco, per rifugiarsi a Corinto dove vivono felici per parecchi anni. Ma poi Giasone ripudia Medea per unirsi a Creusa, figlia del re Creonte, e Medea si vendica regalando alla nuova sposa una veste nuziale che le diffonde nelle vene un fuoco magico, che si propaga all'intero palazzo reale e ai suoi abitanti. Uccide poi i figli avuti da Giasone e fugge in cielo su un carro luminoso, dono del Sole.