Sulla cresta dell'onda

MATER MATUTA

Mater Matuta, la dea del mattino, o dell'aurora, aveva un tempio nel Forum Boarium, accanto al Porto di Roma. La sua festa era celebrata l'11 giugno, il giorno dei Matrialia e a questo culto erano ammesse le donne sposate una sola volta, il cui marito era ancora vivo, mentre le donne schiave ne erano escluse severamente.

Mater Matuta in una statua cineraria Mater Matuta in una statua cineraria del V sec. a.C. conservata a Firenze, Museo Archeologico Nazionale

La leggenda voleva che la dea non fosse altro che Ino-Leucotea, approdata a Roma dopo il suicidio e la sua trasformazione in dea marina.

Ino, figlia di Cadmo, era la seconda moglie di Atamante, col quale aveva avuto due figli, Learco e Melicerte.

Poiché aveva persuaso Atamante ad accogliere il piccolo Dioniso, e ad allevarlo insieme ai loro figli, Era si era incollerita perché avevano accolto un figlio degli amori adulterini di Zeus, e pertanto li fece impazzire entrambi.

Atamante uccise Learco con uno spiedo, scambiandolo per un cervo, e Ino gettò in un paiolo d'acqua bollente Melicerte e poi si gettò in mare con il cadavere del bambino.

Leucotea allatta Dioniso Leucotea allatta Dioniso. Pittura parietale, I sec., dalla "Casa della Farnesina". Roma, Museo Nazionale Romano

Le divinità marine ebbero pietà di lei e la trasformarono in una Nereide col nome di Leucotea ("la Dea Bianca", "la dea del cielo coperto di nebbia") mentre il figlio diventava il piccolo dio Palemone. Infatti il corpo del bambino era stato trasportato da un delfino fin sull'Istmo di Corinto e qui veniva raccolto da Sisifo, fratello di suo padre Atamante, il quale lo seppellì, gli innalzò un altare vicino ad un pino e gli tributò onori divini sotto il nome di Palemone, facendone il nume tutelare dei giochi Istmici, protettore dei naviganti.

Quanto ad Ino-Leucotea, che diverrà poi Mater Matuta, Ovidio racconta che al suo arrivo a Roma aveva incontrato le Baccanti che celebravano i riti dionisiaci, le quali, istigate da Era, che ancora non aveva perdonato ad Ino di aver fatto da nutrice a Dioniso fanciullo, si erano scagliate su di lei e stavano per straziarla.

Alle sue grida era accorso Ercole, che si trovava proprio nelle vicinanze, e l'aveva liberata; l'aveva poi affidata a Carmenta, madre di Evandro, la quale le annunciò che a Roma le sarebbe stato tributato un culto insieme al figlio, che sarebbe stato onorato col nome di Portunno.